Master di riflessologia plantare integrata all’approccio iridologico – naturoigienistico
Master di Idro-termo-fango-terapia di Kneipp
40 ore didattiche di lezione pratica e frontale dal 3 agosto al 7 agosto 2026
presso la Kneipp-schule Bad Wörishofen – Germania
L’Accademia Nazionale di Scienze Igienistiche Naturali Galileo Galilei, ente di formazione per le discipline bionaturali iscritto nell’elenco della Provincia Autonoma di Trento (ai sensi della L.P. n. 7/2013 e Delibera n. 1909 del 16.11.2017), è lieta di presentare un’esclusiva opportunità di perfezionamento in idroterapia presso la Sebastian Kneipp-Schule di Bad Wörishofen, centro d’eccellenza mondiale e patria del metodo Kneipp.
Il seminario, aperto a un numero limitato di partecipanti (minimo 12, massimo 20), offre un percorso formativo di 40 ore didattiche suddivise in cinque giornate. Il programma alterna lezioni teoriche sulla fisiologia dell’acqua a sessioni pratiche dedicate a getti, bagni e fasciature, culminando in un esame finale con rilascio di attestato ufficiale.
Dettagli logistici e costi
La quota di partecipazione è di € 980,00 per studenti e diplomati dell’Accademia e di € 1.280,00* per i candidati esterni.
Entrambi gli importi sono comprensivi di tasse e includono: il corso, l’esame finale, il servizio di traduzione simultanea in italiano per tutte le lezioni, il tour della città e l’alloggio.
Il pernottamento è previsto per 6 notti (da domenica a venerdì) presso il Ferienwohnungen KUR-ECK Familie Seemüller (https://ferienwohnung-bad-woerishofen.de/), in appartamenti condivisi da due o tre persone con uso cucina. *Specifiche per i Candidati Esterni
Per i candidati esterni è previsto un pacchetto propedeutico che comprende:
– Il volume Guss-Fibel di German Schleinkofer (pdf);
– Il volume “Dall’Acqua La Vita la Salute” di Armido Chiomento;
– Slide sulle Discipline Naturali 1 (pdf).i.
Programma e Accompagnamento:
Il gruppo partirà domenica 2 agosto da Trento, con mezzi propri o pubblici, sotto la guida delle accompagnatrici Rosi Zanetti e Carla Capossela, disponibili a coordinare la trasferta. Oltre alle attività didattiche, i partecipanti avranno l’opportunità di visitare il Kneipp Museum e osservare l’applicazione del metodo in cliniche, hotel e scuole locali. Il rientro è previsto in autonomia per la mattinata di sabato 8 agosto.
Master di Idrotermofangoterapia Kneipp a Bad Wörishofen
Master di Idro-termo-fango-terapia di Kneipp
presso la Kneipp-Schule Bad Wörishofen - Germania
40 ore didattiche di lezione pratica e frontale dal 3 agosto al 7 agosto 2026
L’Accademia Nazionale di Scienze Igienistiche Naturali Galileo Galilei, ente di formazione per le discipline bionaturali iscritto nell'elenco della Provincia Autonoma di Trento, è lieta di presentare un’esclusiva opportunità di perfezionamento in idroterapia presso la Sebastian Kneipp-Schule di Bad Wörishofen, centro d’eccellenza mondiale e patria del metodo Kneipp.
Il seminario, aperto a un numero limitato di partecipanti, minimo 12 e massimo 20, offre un percorso formativo di 40 ore didattiche suddivise in cinque giornate. Il programma alterna lezioni teoriche sulla fisiologia dell’acqua a sessioni pratiche dedicate a getti, bagni e fasciature, culminando in un esame finale con rilascio di attestato ufficiale.
Dettagli logistici e costi
La quota di partecipazione è di € 980,00 per studenti e diplomati dell'Accademia e di € 1.280,00 per i candidati esterni.
Entrambi gli importi sono comprensivi di tasse e includono: il corso, l'esame finale, il servizio di traduzione simultanea in italiano per tutte le lezioni, il tour della città e l'alloggio.
Il pernottamento è previsto per 6 notti, da domenica a venerdì, presso il Ferienwohnungen KUR-ECK Familie Seemüller, in appartamenti condivisi da due o tre persone con uso cucina.
Per i candidati esterni è previsto un pacchetto propedeutico che comprende:
Il volume Guss-Fibel di German Schleinkofer in PDF;
Il volume Dall’Acqua La Vita la Salute di Armido Chiomento;
Slide sulle Discipline Naturali 1 in PDF.
Programma e accompagnamento
Il gruppo partirà domenica 2 agosto da Trento, con mezzi propri o pubblici, sotto la guida delle accompagnatrici Rosi Zanetti e Carla Capossela, disponibili a coordinare la trasferta.
Oltre alle attività didattiche, i partecipanti avranno l'opportunità di visitare il Kneipp Museum e osservare l'applicazione del metodo in cliniche, hotel e scuole locali.
Il rientro è previsto in autonomia per la mattinata di sabato 8 agosto.
L'Arte di Aiutare ad Aiutarsi: L'Approccio Naturopatico per il Benessere Completo
Vitamina D
Giornaliera come il sole
Di Francesca Mister
Per vitamina D si intende un gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da cinque diversi composti, caratterizzati dalle sigle D1, D2, D3, D4 e D5.
Le forme più importanti per noi sono:
D2, o ergocalciferolo, di provenienza vegetale;
D3, o colecalciferolo, sintetizzata negli organismi animali e derivata dal colesterolo.
L’unità di misura della vitamina D è espressa in unità internazionali, UI, secondo standard universalmente accettati.
La vitamina D ottenuta con l’esposizione solare, o in minima parte attraverso la dieta, è presente in una forma biologicamente non attiva. Deve quindi subire due reazioni di idrossilazione prima di essere trasformata nella sua forma attiva, il calcitriolo.
Viene sintetizzata sulla cute attraverso i raggi solari UVB. È liposolubile, viene assorbita a livello duodenale e digiunale, meglio se in presenza di grassi, e viene poi distribuita al tessuto adiposo.
Le quantità di vitamina D prodotte dipendono da diversi fattori: raggi UVB, superficie cutanea esposta, spessore e pigmentazione della pelle, vestiario, inquinamento, età del soggetto e durata dell’esposizione solare.
Esistono recettori per questa sostanza praticamente in ogni cellula e tessuto del corpo. Nei mesi estivi, la maggiore produzione di vitamina D consente un modico accumulo, utile per il periodo invernale, anche se per un tempo limitato.
Si stima che oltre un terzo della popolazione mondiale abbia bassi livelli di vitamina D. In Italia, secondo dati riportati dal Congresso della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, la carenza interesserebbe una quota molto elevata della popolazione.
Le fonti alimentari
Figura 1 - Il contenuto medio di vitamina D negli alimenti
Le fonti alimentari di vitamina D sono scarse e soprattutto di origine animale. Tra le più ricche troviamo l’olio di fegato di merluzzo, il salmone, lo sgombro, il tonno e le sardine.
Le fonti vegetali contengono invece quantità molto ridotte della forma D2, meno attiva rispetto alla D3.
Essendo la vitamina D liposolubile, associarne l’assunzione a grassi di buona qualità può favorirne l’assorbimento.
Anche i metodi di cottura sono importanti: calore elevato, frittura, bollitura e arrostitura possono ridurne il contenuto. Meglio quindi prediligere cotture delicate, come il vapore o il forno a basse temperature.
I vegetariani possono trovare vitamina D nelle uova, in particolare nel tuorlo, e nei latticini di qualità, come yogurt, poco burro crudo e prodotti provenienti da animali allevati al pascolo.
Per i vegani, gli alimenti vegetali non rappresentano una fonte affidabile di vitamina D. Piccoli apporti possono arrivare da germogli di alfa-alfa, clorella e spirulina, ma sono generalmente insufficienti a coprire il fabbisogno.
Dose giornaliera raccomandata per la vitamina D
La RDA attuale per la vitamina D è stata individuata sulla base dei livelli stabiliti per la prevenzione del rachitismo e di altre malattie scheletriche.
Durante un’esposizione al sole di circa 20 minuti, la pelle può sintetizzare quantità molto superiori rispetto alle dosi minime raccomandate. In questo caso non si verifica sovradosaggio, perché il corpo regola e degrada l’eccedenza.
Figura 2 - Assunzione di vitamina D raccomandata
L’unità di misura della vitamina D nel sangue è il nanogrammo per millilitro, ng/ml. I valori di riferimento sono generalmente:
< 20 ng/ml: deficienza;
21-29 ng/ml: insufficienza;
30-100 ng/ml: sufficienza;
> 150 ng/ml: eccesso.
Guida pratica all’integrazione e al mantenimento della vitamina D
Questa guida ha lo scopo di fornire alcune indicazioni generali sull’integrazione di vitamina D. Ogni percorso deve comunque essere personalizzato in base alla situazione individuale, alle analisi ematiche, alle eventuali patologie e al confronto con il medico.
Le 5 fasi della guida all’integrazione e al mantenimento della vitamina D
Fase 1: verificare eventuali controindicazioni
Prima di assumere vitamina D è importante assicurarsi che non siano presenti possibili controindicazioni, come ipercalcemia o malattie paratiroidee.
Fase 2: perché fare l’esame del sangue 25(OH)D
Prima di procedere con l’integrazione è necessario conoscere il proprio valore ematico di 25(OH)D. Non è consigliabile integrare vitamina D senza conoscere il livello nel sangue.
Può essere utile associare anche altri valori, come calcemia, paratormone e omocisteina, così da avere un quadro più completo.
Fase 3: come leggere il referto
Una volta ricevuto il referto, è necessario confrontare il proprio risultato con i valori di riferimento.
Se il valore è inferiore a 30 ng/ml, può essere indicata un’integrazione.
Se il valore è compreso tra 30 e 50 ng/ml, può essere utile proseguire l’integrazione e ricontrollare.
Se il valore è compreso tra 50 e 80 ng/ml, si può valutare un dosaggio di mantenimento.
Se il valore supera 80-100 ng/ml, è opportuno valutare una riduzione o sospensione, in base al caso specifico.
Fase 4: quanta vitamina D integrare
Se il valore ematico è inferiore al normale, l’integrazione deve essere valutata con attenzione. Il dosaggio dipende dal livello iniziale, dal peso corporeo, dall’esposizione solare, dall’alimentazione e dalle condizioni di salute.
Durante l’integrazione è importante bere acqua a sufficienza e svolgere esercizio fisico compatibile con le proprie condizioni.
Fase 5: dosaggio di mantenimento
Dopo alcuni mesi di integrazione è opportuno controllare nuovamente il valore nel sangue. In base a vitamina D, calcemia e paratormone, si può decidere se proseguire, ridurre o modificare il dosaggio.
Non è sempre immediato individuare il dosaggio di mantenimento corretto; per questo sono utili controlli periodici.
Controindicazioni e avvertenze
Le controindicazioni all’integrazione di vitamina D sono relativamente poche, ma in alcune condizioni è necessario ottenere il benestare del proprio medico ed essere monitorati con maggiore attenzione.
Ipercalcemia: livelli elevati di calcio nel sangue rappresentano una condizione da valutare attentamente.
Malattia paratiroidea: richiede supervisione medica, soprattutto prima di iniziare l’integrazione.
Calcoli renali: è opportuno valutare il caso con il medico, soprattutto se la storia clinica è complessa.
Insufficienza renale e dialisi: richiedono monitoraggio specialistico.
Aumento del dolore: in alcuni soggetti può comparire temporaneamente dolore osseo durante la correzione della carenza.
Neonati e anziani: sono categorie che possono avere bisogno di particolare attenzione.
Malattie gravi: l’integrazione deve sempre essere valutata all’interno del quadro clinico generale.
Allergie o reazioni agli eccipienti: spesso eventuali reazioni non dipendono dalla vitamina D in sé, ma dagli ingredienti del prodotto utilizzato.
Malattie epatiche: richiedono valutazione medica, poiché il fegato partecipa al metabolismo della vitamina D.
In conclusione, la vitamina D è una sostanza essenziale per la vita del corpo umano. Esistono però condizioni in cui è meglio integrare solo con monitoraggio medico e controlli più frequenti.
Alcuni nutrienti lavorano in sinergia con la vitamina D, in particolare magnesio, vitamina K, vitamina A, boro, Omega 3 e vitamine del gruppo B.
Le patologie dovute a carenza di vitamina D
La vitamina D può avere un’ampia gamma di effetti sull’organismo perché i suoi recettori, i VDR, sono presenti nella maggior parte delle cellule e dei tessuti del corpo.
Figura 3 - I VDR della vitamina D
La ricerca mostra che livelli adeguati di vitamina D possono essere collegati alla prevenzione o al supporto in diverse condizioni. Tra le aree più spesso associate alla carenza di vitamina D troviamo:
apparato cardiovascolare, come ipertensione arteriosa;
apparato respiratorio, come asma, allergie e malattie stagionali;
pelle, capelli e alcune manifestazioni cutanee;
apparato gastrointestinale, microbiota intestinale e obesità;
apparato osteo-scheletrico, come osteoporosi, osteopenia e artrite reumatoide;
sistema nervoso, con possibili correlazioni con umore, emicrania, fibromialgia e altre condizioni;
apparato urinario;
sistema endocrino, metabolismo del glucosio, tiroide e colesterolo;
apparato riproduttivo, fertilità, gravidanza e allattamento.
Vitamina D e Covid-19
Durante la pandemia si è discusso molto del possibile ruolo della vitamina D nel sostenere il sistema immunitario e nel ridurre alcuni fattori di rischio.
Alcune osservazioni hanno rilevato un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore vulnerabilità, ma è importante ricordare che si tratta di un tema complesso, influenzato da molti fattori.
Disporre di buoni livelli di vitamina D può favorire condizioni generali migliori di salute, ma non deve essere considerato una panacea né un sostituto delle terapie o delle indicazioni mediche.
Figura 4 - Livelli medi di vitamina D rispetto a casi di Covid-19 e mortalità su 1 milione di abitanti
Il presente articolo è stato estratto dalla tesi “Vitamina D: giornaliera come il sole”, di Francesca Mister, diplomata presso l’Accademia di Naturopatia il 26 settembre 2020.
Francesca, esperta in nutrizione sportiva, segue da anni atleti e sportivi, promuovendo uno stile di vita sano e naturale, con particolare attenzione all’integrazione sportiva e al benessere.
Nuovo libro di Federica Zanoni: Dalla febbre gastrointestinale al microbiota
Dalla febbre gastrointestinale al microbiota
Il nuovo libro di Federica Zanoni
Nuova edizione, nuovo titolo e ulteriori approfondimenti. Il testo, edito dall’Accademia G. Galilei e scritto da Federica Zanoni, docente della Scuola di Iridologia e Naturopatia, è stato pubblicato nel 2015 ed è oggi giunto alla sua seconda edizione.
Che argomenti tratta?
Dalla febbre gastrointestinale al microbiota. Naturopatia e benessere sottolinea l’importante legame tra febbre gastrointestinale e microbiota, evidenziando il ruolo della prima come concetto anticipatore rispetto al più moderno studio del microbiota.
La nuova edizione integra un capitolo interamente dedicato al microbiota, uno dei temi che negli ultimi anni sta suscitando maggiore interesse nella ricerca scientifica.
Sempre più studi stanno mettendo in evidenza l’influenza della flora batterica intestinale sull’intero organismo: dal sistema immunitario a quello cardiovascolare, dalla salute delle ossa ai valori glicemici, dall’equilibrio mentale al metabolismo.
Si tratta di concetti davvero nuovi? Non del tutto, soprattutto per chi ha studiato o approfondito seriamente il naturoigienismo e la naturopatia, pur riconoscendo gli importanti progressi compiuti dalla ricerca moderna.
Il libro affronta quindi, accanto alla teoria dell’equilibrio termico, anche il tema del microbiota, arricchendo la trattazione con riferimenti a ricerche nazionali e internazionali. Il percorso parte dalla storia e dai chiarimenti terminologici, per arrivare agli approcci orientati al riequilibrio, passando attraverso la conoscenza del microbiota umano e intestinale e del suo legame con diverse condizioni di squilibrio e patologie.
Sebbene Luigi Costacurta e Manuel Lezaeta Acharan non avessero utilizzato nei loro studi il termine “microbiota”, le loro osservazioni, analizzate nel testo, possono essere lette oggi come intuizioni anticipatrici: congestione viscerale, febbre gastrointestinale, squilibrio termico e disbiosi vengono infatti collegati a disturbi e disagi psicofisici, fino a possibili problematiche apparentemente non correlate all’area intestinale.
Qual è lo scopo di questo libro?
Lo scopo del testo è accompagnare il lettore verso una maggiore consapevolezza del proprio terreno individuale, approfondendo il tema della febbre gastrointestinale e del microbiota alterato anche attraverso la rivitalizzazione cutanea, il recupero della forza vitale e il principio della vis medicatrix naturae.
In questo contesto viene dato spazio anche ad alcune importanti valutazioni di carattere iridologico, con riferimento a studiosi come Costacurta, Jensen e Hauser, che hanno concentrato la propria attenzione sui segni iridologici relativi all’area riflessa gastrointestinale e sul rapporto tra intestino e salute.
Il libro si propone inoltre come un utile vademecum di consultazione per chi desidera intraprendere un percorso personale di trattamento e prevenzione partendo dal benessere gastrointestinale.
All’interno del testo viene offerta una panoramica sulle principali strategie naturali: dall’approccio alimentare più adeguato al supporto fito, gemmo e floriterapico, fino alle pratiche idrotermofangoterapiche, agli esercizi e ai movimenti terapeutici di ispirazione orientale.
L’obiettivo è stimolare il lettore a un ascolto più consapevole del proprio corpo, offrendo spunti e suggerimenti per una più attenta cura di sé. L’equilibrio dell’area gastrointestinale viene presentato come un elemento centrale per il benessere, la vitalità e la qualità della vita.
Come puoi avere questo libro?
Il testo è di grande rilevanza scientifica, ma accessibile a tutti. Può essere ordinato presso la segreteria dell’Accademia Nazionale di Scienze Igienistiche Naturali “G. Galilei”.
Per informazioni e ordini è possibile contattare la segreteria al numero 0461 985102 oppure scrivere a scuolanaturopatia@gmail.com.
Scopri il prezzo nella pagina dedicata alla raccolta dei libri.
Fin da bambino ho sempre amato inoltrarmi nei boschi e nei pascoli alla scoperta delle meraviglie che la nostra generosa madre terra ci regala. Adoravo arrampicarmi sugli alberi o osservare le file di formiche che salivano e scendevano dai loro tronchi trasportando afidi, pezzi di cortecce, licheni e foglie. Mi abbuffavo di tutti i tipi di frutta selvatica che riuscivo a riconoscere ed estraniandomi completamente. Riuscivo ad entrare in un’altra dimensione e trovare in ogni sasso o pezzo di legno qualcosa di incantevole con cui giocare o fantasticare. Spesso avevo la sensazione di entrare in un’altra realtà e vedere il bosco come un luogo incantato e magico, soprattutto quando riuscivo ad avvicinare qualche animale o mentre ascoltavo la voce degli alberi che si muovevano sinuosi, accarezzati dal vento.
Ma in tutta questa meraviglia c’erano due cose in particolare che da quell’età mi hanno attratto più di tutto. La prima erano le pietre, e difatti, ogni volta che andavo con i miei genitori a camminare tra le alte vette del Brenta mi divertivo moltissimo a cercare fossili, qualsiasi tipo di cristallo o semplicemente pietre con una particolare forma o colore. Gli cumulavo nello zaino di mio padre appesantendolo ogni volta che salivamo una montagna.
La seconda e la mia preferita era la ricerca dei Funghi. Mi divertivo un mondo a cercare porcini nel sottobosco o mazze tamburo nei pascoli, e trovarli per me era la gioia più grande. Già dalla più tenera età grazie agli insegnamenti dei miei genitori e altre persone appassionate. Sapevo riconoscere più varietà di funghi e potevo distinguerli molto bene. Conoscevo i luoghi dove crescevano ed anche le fasi lunari in cui si sviluppavano più facilmente. Non mi sarei mai aspettato che il loro potere e utilizzo potesse essere così vasto come solo recentemente sto scoprendo.
Il primo approccio che ho avuto con la ricerca dei funghi medicinali è stato reso possibile dalla curiosità che delle malformazioni di alcuni tronchi avevano suscitato in me. Ero rimasto colpito da queste formazioni funginee presenti su alcuni alberi che mi facevano pensare a dei “tumori” che colpivano le piante.
Basandomi sulla teoria delle segnature i quali principi portano alla possibilità di intuire le proprietà medicinali di alcune piante grazie a degli elementi estetici che le collegano a precisi organi o malattie. Ero arrivato a pensare che questi funghi potessero essere utili nel trattamento di malattie oncologiche e solo dopo alcune brevi ricerche in rete ho scoperto l’esistenza di funghi medicinali del genere inonotus obliqus. Le loro proprietà terapeutiche venivano utilizzate proprio nel trattamento dei tumori.
Quali tipi di funghi possiamo trovare?
Oltre ai funghi mangerecci, che sono moltissimi, ci sono quindi tanti funghi presenti sul nostro territorio dalle proprietà medicinali. Il loro utilizzo risale a tempi molto antichi. Se pensiamo che, nell’equipaggiamento che è stato rinvenuto con il ritrovamento di Otzi, sono state ritrovate delle porzioni del fungo Piptoporus betulinis, dalle proprietà antibiotiche e antiparassitarie. Possiamo dedurre che l’utilizzo a scopo medicinale dei funghi risale a più di 5300 anni fa!
Come venivano trattari i funghi in Oriente e Occidente?
L’utilizzo dei funghi a scopo medicinale è però una pratica usata molto di più in Oriente che non in Occidente. Nella medicina tradizionale cinese e tibetana, infatti, l’utilizzo di alcuni funghi medicinali risale a migliaia di anni fa. Sono sempre stati ritenuti incredibilmente preziosi, al punto che alcune varietà venivano valutate a peso d’oro od argento. Specie come il Ganoderma Lucidum (Reishi), il Lentinus edodes (Shiitake) e il Cordyceps sinensis vantano, difatti, di una certa fama per le loro proprietà medicinali antitumorali, adattogene e toniche.
Ganoderma lucidum
In Occidente, invece, i funghi sono sempre stati oggetto di sguardi sospettosi, a causa probabilmente del fatto che venivano utilizzati per il loro veleno. Forse anche per via dell’utilizzo rituale di alcune specie psicotrope come l’Amanita muscaria e la Psilocibe semilanceata.
Diversi processi alle Streghe, durante il periodo medioevale, si svolsero a seguito di alcuni episodi di avvelenamento di interi villaggi nei quali gli abitanti si ritrovarono vittime di vesciche cutanee ed allucinazioni causate dall’ingestione di pane prodotto con cereali. A causa di alcune condizioni climatiche, venivano infestati dal fungo Claviceps purpurea (Ergot, da cui nel 1943 Albert Hoffman estrasse l’LSD) prima della raccolta.
I Greci, nella commemorazione della riunione di Persefone e Demetra nel mese di ottobre, celebravano i Misteri Eluisini. Durante queste cerimonie alcuni prescelti accedevano alla sala dell’iniziazione nel tempo di Demetra ( Dea dell’agricoltura). Dopo il digiuno, bevevano una pozione chiamata Kykeon, dalle presunte proprietà psicoattive. Secondo alcuni studiosi, era forse preparata con orzo infestato dall’Ergot. Dava loro sensazioni estatiche e rivelatrici (questa teoria potrebbe anche essere supportata dal fatto che la bevanda in questione presentava una colorazione violacea nonostante fosse composta da orzo e menta, l’aggiunta della claviceps purpurea infatti potrebbe essere una valida spiegazione al colore che assumeva la pozione in questione).
La storia è disseminata di numerosi esempi che riguardano diverse culture o religioni che trovavano nell’utilizzo di alcuni funghi una porta di accesso a stati mistici. Mi viene addirittura da pensare che lo stesso Incubatio praticato nelle Asclepiadi greche potrebbe forse essere associato a un’esperienza onirica indotta o per lo meno facilitata dall’utilizzo di alcune piante enteogene oneirogene o misticomimetiche. Vista l’incredibile analogia nella preparazione del corpo attraverso la depurazione e della simbologia legata al serpente presente anche in alcune culture tribali, nelle fasi che precedono l’utilizzo di piante maestre a scopo di guarigione le quali provocano stati di sogno artificiale in grado di portare molte persone a trovare la via della guarigione da svariate malattie.
Le Proprietà Medicinali
Ciò che noi spesso comunemente chiamiamo “Fungo” in realtà non è altro che il corpo fruttifero riproduttivo di un organismo molto più complesso; il loro vero corpo, infatti, è rappresentato dal micelio il quale può distendersi per molti metri.
In Oregon, ad esempio, è stato scoperto un micelio di Armillaria ostoyae dalla superficie di 965 ettari (1665 campi da calcio) definito come l’organismo vivente più grande del pianeta. La loro funzione è fondamentale all’interno dell’ecosistema, poiché, oltre a fungere da nutrimento o riparo per migliaia di specie viventi, costituiscono anche un agente di riciclaggio biologico e producono sostanze nutritive indispensabili per la vita di molte piante (micorizze = simbiosi fungo pianta).
Come si propagano i funghi?
Alcuni di essi hanno dell’incredibile; la famiglia Cordyceps, ad esempio, parecchio interessante e bizzarra, alla quale appartiene anche il "famoso" Cordyceps Sinensis, chiamato anche Yartsa Gunbu, il cui micelio cresce all'interno di una larva originaria degli alti pascoli dell'Himalaya e le cui proprietà terapeutiche adattogene, energizzanti ed afrodisiache sono sempre state sapientemente utilizzate nella medicina tradizionale cinese e Tibetana. Il Cordyceps curculionum invece ha la particolarità di fissare le proprie spore sui corpi di insetti che, indisturbati, continuano a svolgere le proprie attività portando con sé il fungo, il quale lentamente cresce e si sviluppa germogliando.
All'improvviso, però, l’insetto interessato sente la necessità di raggiungere le sommità di qualche albero per poi affondare le mandibole nella corteccia di quest'ultimo, rimanendoci aggrappato per il resto dei suoi giorni. Dopo la morte della vittima, le spore del fungo, che nel frattempo ha raggiunto il massimo sviluppo sul suo corpo, cominciano a diffondersi nell'ambiente circostante. Il fatto di essere in alto rispetto alla superficie del suolo permette loro di espandersi in spazi vastissimi aumentandone le probabilità di riproduzione. È incredibile il meccanismo di azione di questa specie, che sembra riesca ad assumere il controllo della volontà dell’insetto, condizionandolo fino a raggiungere il proprio obiettivo: la riproduzione.
Che funzione svolgono i Funghi nel nostro ecosistema?
I Funghi, grazie a degli enzimi da essi prodotti, permettono alla materia organica morta di decomporsi. Fungono quindi da veri e propri operatori ecologici per il sottosuolo. È proprio questa loro capacità di scomporre la materia ad essere collegata alle proprietà medicinali di alcune specie. Queste si sono rivelate molto valide nel trattamento di tumori o come antiepatogenici utili al nostro sistema immunitario. Oltre ad essere ricchi di elementi nutritivi, possiedono un’energia radicante che ci permette di entrare in connessione con le forze della terra. La famosissima Penicillina, uno degli antibiotici più prescritti al mondo per combattere le infezioni batteriche, viene estratta dal fungo Penicillium notatum.
Che funzione svolgono i Funghi nel nostro ecosistema?
La Ciclosporina, estratta dal Tolypoclatium Inflatum. Viene invece utilizzata nei trapianti di organi per controllare le cellule T del sistema immunitario abbassandone le probabilità di rigetto, così come nel trattamento di diabete e della dermatite atopica.
Il potere terapeutico dei principali funghi medicinali è attribuito principalmente al loro contenuto di terpenoidi e eteropolisaccaridi. In particolare i Betaglucani, molecole che favoriscono la salute dell’intestino agendo sul microbiota intestinale e sul sistema immunitario, e la cui bassa digeribilità da parte dell’intestino permette al microbiota di elaborarli. Questo processo influisce sulle funzioni metaboliche aiutando a regolare i livelli di colesterolo e di glicemia. Supportano inoltre il sistema immunitario e stimolano l’attività dei fagociti. I composti terpenici sono principalmente antiossidanti, antinfettivi e fungono da protettori vascolari.
Oltre alle proprietà immunostimolanti, immunoregolatrici, antitumorali ed epatoprotettrici, costituiscono dei validi antiossidanti. Grazie alla loro capacità di contrastare l’eccessiva azione dei radicali liberi, aiutando a rallentare il degradamento cellulare e prevenire l’invecchiamento (il fungo Reishi viene, non a caso, chiamato “fungo dell’immortalità”).
Le loro proprietà adattogene aiutano a normalizzare e stabilizzare la produzione di ormoni. Indipendentemente dalla direzione dello stato patologico, e sono inoltre degli ottimi prebiotici. Agevolano, infatti, l’assorbimento di minerali ed assistono il sistema immunitario nell’eliminazione di batteri patogeni. Aiutano i batteri simbionti a riprodursi in maniera equilibrata.
Questi tre funghi medicinali sono presenti nel nostro territorio e di seguito verranno esposte le relative proprietà terapeutiche.
Grifola frondosa (Maitake)
Il Maitake è un fungo medicinale molto conosciuto in oriente, specialmente in Giappone, dove veniva valutato a peso d’argento per l’enorme valore attribuito alle sue proprietà medicinali. Molto valido e apprezzato anche a livello culinario. Maitake infatti deriva da Mai = danza Take = fungo proprio per il fatto che le persone quando lo trovavano erano talmente felici da irrompere in danze di gioia.
La grifola frondosa, oltre all’Asia e al Giappone cresce anche in Europa. Io stesso mi sono messo a saltare di felicità quando l’ho trovato e raccolto nei pressi della montagna di Mezzolombardo su dei vecchi tronchi di castagno. Lo si può trovare anche in boschi di querce o nelle faggete su alberi vecchi o in via di decomposizione.
Le sue proprietà medicinali oltre ad essere attribuite alla presenza in grandi quantità di Betaglucani, sono dovute anche al contenuto di Frazione D, MD e grifon-D. Queste sostanze sono composte da beta-d-glucani presenti all’interno del micelio del maitake e sono in grado di stimolare l’azione dei macrofagi svolgendo un’importante azione antitumorale e immunostimolante.
La Grifola frondosa è risultata molto efficace nel controllo della glicemia (aumenta lla produzione di insulina e inibisce l’alfaglucosidasi) e dei livelli di colesterolo (inibisce la produzione di lipidi). E' un ottimo supporto nelle terapie dimagranti e oltre a controllare la pressione sanguigna è in grado di contrastare l’insorgere di alcuni tumori (prostata e vescica) e combattere i virus dell’immunodeficienza (la frazione D stimola i linfociti T helper e rende l’organismo meno vulnerabile alle infezioni).
Coryolus Versicolor (Trametes Versicolor)
Questa specie, ampiamente diffusa n tutto il mondo è facilissima da trovare anche nei nostri boschi su vecchi ceppi o rami in via di decomposizione. Solitamente lo raccolgo in zone molto umide dove il sottobosco è ricco di muschi e foglie ed è così comune che una volta identificato lo si può facilmente trovare anche grazie alla facilità di riconoscimento di questa specie. Un’altra varietà che ci assomiglia è il Trametes Irsuta che però presenta un colorazione biancastra, mentre il versicolor il cui nome significa “variamente colorato”, ha la caratteristica distintiva di possedere molti colori diversi disposti in linee concentriche lungo la circonferenza del proprio corpo fruttifero.
Da questo fungo deriva uno dei principali farmaci antineoplastici, la Crestina , che composta dal polisaccaride PSK è risultata utile in numerose terapie di diversi tipi di tumore, soprattutto a livello gastrico, ma principalmente come valido supporto alle chemioterapie, nelle quali oltre ad incrementare sensibilmente le possibilità di sopravvivenza alla patologia, rappresenta un valido sostegno nella prevenzione dei diversi disturbi collaterali causati dal trattamento, tra i quali nausea, perdita di appetito, perdita dei capelli e debilitazione del sistema immunitario. Il coryolus infatti è indicato soprattutto per i tumori allo stomaco e esistono in letteratura articoli che parlano di diverse guarigioni in patologie oncologiche collegate al solo utilizzo di questo potente fungo medicinale. I suoi prodigi però non finiscono qui, infatti oltre a rappresentare un ottimo supporto per il sistema immunitario e aiutare a contrastare le infezioni virali, l’estratto dei corpi fruttiferi del Trametes versicolor inibisce il legame dei lipopolisaccaridi (LPS) alle cellule del sistema immunitario, condizione che provoca una reazione a cascata di mediatori infiammatori responsabili degli Shock settici.
Recentemente, nella mia seppur breve esperienza, ho consigliato l’utilizzo di questo fungo abbinato ad un alimentazione sana e ricca di sostanze antiossidanti a una persona al momento affetta da una malattia oncologica nell’area dello stomaco e sottoposta alla tradizionale chemioterapia. Nel corso del tempo si è potuta constatare l’efficacia del supporto dato da questa medicina naturale che ha accompagnato il soggetto nel suo percorso di guarigione. E' riuscito a prevenire disturbi collaterali come caduta di capelli, nausea ed eccessivo perdita di peso. La persona in questione mi ha aggiornato costantemente sulla propria condizione di salute sottolineando diversi riscontri positivi dati dall'ausilio di questo supporto terapeutico.
Coriolus versicolor
Fomitopsis officinalis
Nel lontano 1554, Pietro Andrea Mattioli un famoso erborista storico vissuto nei pressi di Cles in val di non già parlava nel suo libro del particolarissimo fungo del Larice. Il Fomitopsis officinalis chiamato anche Agarikon, dalle note proprietà medicinali.
Questo fungo molto difficile da trovare. Cresce unicamente su vecchi alberi di larice e la sua rarità lo rende una delle mie chimere più ambite. Quando passeggio nelle foreste della val di Tovel o sulle montagne circostanti, territori in cui secondo alcune fonti fidate questo fungo potrebbe crescere, osservo attentamente i tronchi di ogni albero che incontro nella speranza di poterlo finalmente scorgere.
Fino ad oggi ho trovato solamente una varietà simile, il Fomitopsis pinicola. Cresce comunemente sui tronchi dell’abete rosso. Dalle proprietà antinfiammatorie del tratto digestivo, immuno-protettrici, utilizzato in omeopatia per combattere febbri ed emicranie.
L’Agarikon invece è principalmente purgante e antisudorifero. Veniva utilizzato per il trattamento della tubercolosi. Recentemente si è notata la sua virtù di contrastare l’azione di alcuni virus tra cui febbre gialla, SARS e diverse patologie dell’apparato respiratorio.
Psicoterapia e funghi
Un altro campo interessante e forse meno conosciuto è quello legato all’approccio psicoterapeutico in sinergia con l’utilizzo di alcuni funghi psicoattivi del genere Psilocybe. E' molto valido per la risoluzione di stati di depressione acuta, tossicodipendenze, ansia, disturbi della personalità e non solo. Oltre ai disturbi appena elencati infatti si sono rivelati un rimedio molto efficace per combattere cefalee a grappolo che non hanno trovato alcun giovamento da nessun altro tipo di trattamento terapeutico, convenzionale e non.
Le proprietà di questi funghi sono dovute al loro contenuto di Psilocibina. E' una sostanza psicoattiva che viene convertita in psilocina dal nostro organismo rimovuendo da essa un legame di forforo. La Psilocina è una molecola che deriva dal Triptofano, un aminoacido presente ovunque in natura e che noi assumiamo quotidianamente con l’alimentazione. Questo composto è inoltre molto simile ad alcuni ormoni prodotti dall’Epifisi, una ghiandola endocrina presente nella parte centrale del nostro cervello e che è coinvolta nella produzione di sostanze che oltre a regolare il nostro orologio biologico di crescita e sviluppo. Il ciclo arcadiano permettere le esperienze oniriche durante le fasi REM del sonno o nel raggiungimento di stati meditativi molto profondi. Hanno una funzione antiossidante e vanno a influenzare il sistema immunitario e agire sull'inconscio. La somiglianza di questa sostanza naturale ad ormoni come la famosissima Serotonina o la Melatonina non è sottovalutare. Infatti l’utilizzo consapevole e terapeutico di questi potenti strumenti hanno avuto risultati incredibili nel trattamento di depressione e tossicodipendenze caratterizzate principalmente da un deficit della produzione di serotonina.
Attraverso uno specifico percorso terapeutico svolto all’interno di un setting adatto, con una preparazione alimentare e un sostegno di tipo psicoterapeutico. Rende e possibile l’accesso a piani della coscienza che la psicoterapia convenzionale si sogna. Portano chi ne fa esperienza riconnettersi con le emozioni più intime e poter lavorare direttamente sul proprio inconscio.
La natura ci ha dato tutti gli strumenti necessari per la nostra sopravvivenza e la guarigione dalle malattie. Purtroppo però alcuni di questi strumenti sono stati utilizzati nel corso del tempo in un modo irresponsabile che ha messo in cattiva luce alcune specie di piante e funghi. Di conseguenza non sono più stati seriamente presi in considerazione a scopo terapeutico. Molte ricerche in campo sono state abbandonate o viste con pregiudizio. Spero vivamente che con il passare degli anni la ricerca in questo campo prosegua perché potrebbe veramente dare buoni risultati e di conseguenza rappresentare un notevole aiuto per moltissime persone.
Questo articolo deriva da molte ricerche effettuate in diversi articoli, dal libro “I funghi che guariscono” di George M.Halpern e da esperienze personali.
Per vitamina D si intende un gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da cinque diversi composti, caratterizzati dalle sigle D1, D2, D3, D4 e D5.
Le forme più importanti per noi sono:
D2, o ergocalciferolo, di provenienza vegetale;
D3, o colecalciferolo, sintetizzata negli organismi animali e derivata dal colesterolo.
L’unità di misura della vitamina D è espressa in unità internazionali, UI, secondo standard universalmente accettati.
La vitamina D ottenuta con l’esposizione solare, o in minima parte attraverso la dieta, è presente in una forma biologicamente non attiva. Deve quindi subire due reazioni di idrossilazione prima di essere trasformata nella sua forma attiva, il calcitriolo.
Viene sintetizzata sulla cute attraverso i raggi solari UVB. È liposolubile, viene assorbita a livello duodenale e digiunale, meglio se in presenza di grassi, e viene poi distribuita al tessuto adiposo.
Le quantità di vitamina D prodotte dipendono da diversi fattori: raggi UVB, superficie cutanea esposta, spessore e pigmentazione della pelle, vestiario, inquinamento, età del soggetto e durata dell’esposizione solare.
Esistono recettori per questa sostanza praticamente in ogni cellula e tessuto del corpo. Nei mesi estivi, la maggiore produzione di vitamina D consente un modico accumulo, utile per il periodo invernale, anche se per un tempo limitato.
Si stima che oltre un terzo della popolazione mondiale abbia bassi livelli di vitamina D. In Italia, secondo dati riportati dal Congresso della Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, la carenza interesserebbe una quota molto elevata della popolazione.
Le fonti alimentari
Figura 1 - Il contenuto medio di vitamina D negli alimenti
Le fonti alimentari di vitamina D sono scarse e soprattutto di origine animale. Tra le più ricche troviamo l’olio di fegato di merluzzo, il salmone, lo sgombro, il tonno e le sardine.
Le fonti vegetali contengono invece quantità molto ridotte della forma D2, meno attiva rispetto alla D3.
Essendo la vitamina D liposolubile, associarne l’assunzione a grassi di buona qualità può favorirne l’assorbimento.
Anche i metodi di cottura sono importanti: calore elevato, frittura, bollitura e arrostitura possono ridurne il contenuto. Meglio quindi prediligere cotture delicate, come il vapore o il forno a basse temperature.
I vegetariani possono trovare vitamina D nelle uova, in particolare nel tuorlo, e nei latticini di qualità, come yogurt, poco burro crudo e prodotti provenienti da animali allevati al pascolo.
Per i vegani, gli alimenti vegetali non rappresentano una fonte affidabile di vitamina D. Piccoli apporti possono arrivare da germogli di alfa-alfa, clorella e spirulina, ma sono generalmente insufficienti a coprire il fabbisogno.
Dose giornaliera raccomandata per la vitamina D
La RDA attuale per la vitamina D è stata individuata sulla base dei livelli stabiliti per la prevenzione del rachitismo e di altre malattie scheletriche.
Durante un’esposizione al sole di circa 20 minuti, la pelle può sintetizzare quantità molto superiori rispetto alle dosi minime raccomandate. In questo caso non si verifica sovradosaggio, perché il corpo regola e degrada l’eccedenza.
Figura 2 - Assunzione di vitamina D raccomandata
L’unità di misura della vitamina D nel sangue è il nanogrammo per millilitro, ng/ml. I valori di riferimento sono generalmente:
< 20 ng/ml: deficienza;
21-29 ng/ml: insufficienza;
30-100 ng/ml: sufficienza;
> 150 ng/ml: eccesso.
Guida pratica all’integrazione e al mantenimento della vitamina D
Questa guida ha lo scopo di fornire alcune indicazioni generali sull’integrazione di vitamina D. Ogni percorso deve comunque essere personalizzato in base alla situazione individuale, alle analisi ematiche, alle eventuali patologie e al confronto con il medico.
Le 5 fasi della guida all’integrazione e al mantenimento della vitamina D
Fase 1: verificare eventuali controindicazioni
Prima di assumere vitamina D è importante assicurarsi che non siano presenti possibili controindicazioni, come ipercalcemia o malattie paratiroidee.
Fase 2: perché fare l’esame del sangue 25(OH)D
Prima di procedere con l’integrazione è necessario conoscere il proprio valore ematico di 25(OH)D. Non è consigliabile integrare vitamina D senza conoscere il livello nel sangue.
Può essere utile associare anche altri valori, come calcemia, paratormone e omocisteina, così da avere un quadro più completo.
Fase 3: come leggere il referto
Una volta ricevuto il referto, è necessario confrontare il proprio risultato con i valori di riferimento.
Se il valore è inferiore a 30 ng/ml, può essere indicata un’integrazione.
Se il valore è compreso tra 30 e 50 ng/ml, può essere utile proseguire l’integrazione e ricontrollare.
Se il valore è compreso tra 50 e 80 ng/ml, si può valutare un dosaggio di mantenimento.
Se il valore supera 80-100 ng/ml, è opportuno valutare una riduzione o sospensione, in base al caso specifico.
Fase 4: quanta vitamina D integrare
Se il valore ematico è inferiore al normale, l’integrazione deve essere valutata con attenzione. Il dosaggio dipende dal livello iniziale, dal peso corporeo, dall’esposizione solare, dall’alimentazione e dalle condizioni di salute.
Durante l’integrazione è importante bere acqua a sufficienza e svolgere esercizio fisico compatibile con le proprie condizioni.
Fase 5: dosaggio di mantenimento
Dopo alcuni mesi di integrazione è opportuno controllare nuovamente il valore nel sangue. In base a vitamina D, calcemia e paratormone, si può decidere se proseguire, ridurre o modificare il dosaggio.
Non è sempre immediato individuare il dosaggio di mantenimento corretto; per questo sono utili controlli periodici.
Controindicazioni e avvertenze
Le controindicazioni all’integrazione di vitamina D sono relativamente poche, ma in alcune condizioni è necessario ottenere il benestare del proprio medico ed essere monitorati con maggiore attenzione.
Ipercalcemia: livelli elevati di calcio nel sangue rappresentano una condizione da valutare attentamente.
Malattia paratiroidea: richiede supervisione medica, soprattutto prima di iniziare l’integrazione.
Calcoli renali: è opportuno valutare il caso con il medico, soprattutto se la storia clinica è complessa.
Insufficienza renale e dialisi: richiedono monitoraggio specialistico.
Aumento del dolore: in alcuni soggetti può comparire temporaneamente dolore osseo durante la correzione della carenza.
Neonati e anziani: sono categorie che possono avere bisogno di particolare attenzione.
Malattie gravi: l’integrazione deve sempre essere valutata all’interno del quadro clinico generale.
Allergie o reazioni agli eccipienti: spesso eventuali reazioni non dipendono dalla vitamina D in sé, ma dagli ingredienti del prodotto utilizzato.
Malattie epatiche: richiedono valutazione medica, poiché il fegato partecipa al metabolismo della vitamina D.
In conclusione, la vitamina D è una sostanza essenziale per la vita del corpo umano. Esistono però condizioni in cui è meglio integrare solo con monitoraggio medico e controlli più frequenti.
Alcuni nutrienti lavorano in sinergia con la vitamina D, in particolare magnesio, vitamina K, vitamina A, boro, Omega 3 e vitamine del gruppo B.
Le patologie dovute a carenza di vitamina D
La vitamina D può avere un’ampia gamma di effetti sull’organismo perché i suoi recettori, i VDR, sono presenti nella maggior parte delle cellule e dei tessuti del corpo.
Figura 3 - I VDR della vitamina D
La ricerca mostra che livelli adeguati di vitamina D possono essere collegati alla prevenzione o al supporto in diverse condizioni. Tra le aree più spesso associate alla carenza di vitamina D troviamo:
apparato cardiovascolare, come ipertensione arteriosa;
apparato respiratorio, come asma, allergie e malattie stagionali;
pelle, capelli e alcune manifestazioni cutanee;
apparato gastrointestinale, microbiota intestinale e obesità;
apparato osteo-scheletrico, come osteoporosi, osteopenia e artrite reumatoide;
sistema nervoso, con possibili correlazioni con umore, emicrania, fibromialgia e altre condizioni;
apparato urinario;
sistema endocrino, metabolismo del glucosio, tiroide e colesterolo;
apparato riproduttivo, fertilità, gravidanza e allattamento.
Vitamina D e Covid-19
Durante la pandemia si è discusso molto del possibile ruolo della vitamina D nel sostenere il sistema immunitario e nel ridurre alcuni fattori di rischio.
Alcune osservazioni hanno rilevato un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore vulnerabilità, ma è importante ricordare che si tratta di un tema complesso, influenzato da molti fattori.
Disporre di buoni livelli di vitamina D può favorire condizioni generali migliori di salute, ma non deve essere considerato una panacea né un sostituto delle terapie o delle indicazioni mediche.
Figura 4 - Livelli medi di vitamina D rispetto a casi di Covid-19 e mortalità su 1 milione di abitanti
Il presente articolo è stato estratto dalla tesi “Vitamina D: giornaliera come il sole”, di Francesca Mister, diplomata presso l’Accademia di Naturopatia il 26 settembre 2020.
Francesca, esperta in nutrizione sportiva, segue da anni atleti e sportivi, promuovendo uno stile di vita sano e naturale, con particolare attenzione all’integrazione sportiva e al benessere.
Idrogenazione dei grassi e colesterolo
Di Denis Tonet
Idrogenazione dei grassi
Dal punto di vista biochimico, con il termine grassi, o lipidi, si intende un vasto gruppo di composti che comprende acidi grassi, trigliceridi, fosfolipidi e colesterolo.
Figura 1
Comunemente, invece, con il termine “grassi” si intendono prevalentemente i trigliceridi.
I trigliceridi hanno una struttura molecolare che assomiglia a un pettine con tre denti: i denti sono gli acidi grassi, cioè i componenti fondamentali, mentre la spina a cui sono uniti è una molecola chiamata glicerolo.
Figura 2
Gli acidi grassi
La struttura di un acido grasso è formata essenzialmente da due parti:
la coda, cioè la parte grassa, insolubile in acqua, formata da una catena di varia lunghezza di atomi di carbonio legati tra loro;
la testa, cioè la parte con caratteristiche acide, solubile in acqua, formata da un gruppo carbossilico.
Gli acidi grassi si distinguono in:
saturi;
monoinsaturi;
polinsaturi.
La distinzione è chimica, ma ha importanti implicazioni pratiche.
Se nella “coda” sono presenti una o più coppie di atomi di carbonio unite tra loro da un doppio legame, l’acido grasso si definisce insaturo.
Acido grasso saturo: nessun doppio legame carbonio-carbonio nella molecola. Un esempio è l’acido stearico.
Acido grasso monoinsaturo: presenza di un doppio legame carbonio-carbonio nella molecola. Un esempio è l’acido oleico.
Acido grasso polinsaturo: presenza di due o più doppi legami carbonio-carbonio nella molecola. Un esempio è l’acido linoleico.
Figura 3
Nel punto in cui è presente un doppio legame carbonio-carbonio, la molecola si piega. In assenza di doppi legami, invece, la molecola resta lineare.
Questa diversa forma conferisce agli acidi grassi una delle caratteristiche più importanti: la consistenza. Se la forma è lineare, le molecole si compattano bene e a temperatura ambiente il grasso è solido. Se la forma è piegata, le molecole non si compattano bene e a temperatura ambiente il grasso è liquido, come nel caso degli oli.
I doppi legami carbonio-carbonio conferiscono anche un’altra proprietà importante: la conservabilità.
La presenza del doppio legame rende la molecola più facilmente deteriorabile e ossidabile da parte di luce, calore e ossigeno. Più doppi legami sono presenti, più il grasso è delicato e difficile da conservare.
Gli acidi grassi difficilmente sono liberi: con la dieta li assumiamo sotto forma di trigliceridi. Quindi, quando si parla di grassi saturi o insaturi, ci si riferisce alla percentuale di acidi grassi saturi o insaturi nella composizione del trigliceride.
Tipo di grasso
Consistenza a temperatura ambiente
Conservabilità
Fonti
Saturo
Solido
Buona
Origine animale: strutto, burro, parte grassa delle carni, formaggi. Origine vegetale: olio di palma, olio di palmisti, olio di cocco.
Monoinsaturo e polinsaturo
Liquido
Da bassa a scarsa, soprattutto se ricco di insaturi
Origine animale: pesce, come sgombro, sardine e alici. Origine vegetale: olio di oliva, sesamo, girasole, lino, cartamo, soia, colza.
L’idrogenazione dei grassi
Alcuni oli di semi sono molto economici da ottenere, ma hanno spesso un elevato contenuto di grassi polinsaturi, caratteristica che ne rende difficile la conservazione.
Per rendere questi oli più stabili e adatti ai prodotti industriali a lunga conservazione, l’industria alimentare può trasformare i doppi legami carbonio-carbonio presenti nella molecola del grasso in singoli legami. Questo processo si chiama idrogenazione.
L’idrogenazione è quindi un processo industriale che sostituisce, in parte o totalmente, i doppi legami carbonio-carbonio presenti nel grasso insaturo di partenza con singoli legami carbonio-carbonio. Il prodotto finale è un grasso più saturo e quindi più solido. La margarina ne è un esempio.
Figura 4
Il processo di idrogenazione richiede catalizzatori metallici, temperature superiori ai 200 °C e idrogeno gassoso.
Se il processo non prevede l’idrogenazione totale ma solo parziale, non tutti i doppi legami vengono sostituiti. Nel prodotto finale restano quindi ancora alcuni doppi legami.
Qui sta il punto più importante: alla fine di un processo di idrogenazione parziale si ottiene una parte di grasso saturo e una parte di grasso insaturo. Questo grasso insaturo, a causa dell’alta temperatura raggiunta durante il processo, passa dalla forma “cis” alla forma “trans”. In pratica, la molecola da piegata diventa più lineare.
Figura 6Figura 5
I grassi parzialmente idrogenati sono quindi composti da grasso saturo e grasso insaturo “trans”. Entrambi tendono ad avere molecole più lineari e, di conseguenza, maggiore solidità a temperatura ambiente.
Il problema è che in natura i grassi “trans” sono presenti solo in piccole quantità. Il nostro organismo non li metabolizza correttamente e tenta di utilizzarli come se fossero grassi “cis”, causando interferenze in importanti reazioni metaboliche e un impatto negativo sul metabolismo del colesterolo.
I grassi trans possono essere presenti in alimenti che riportano in etichetta ingredienti come “grassi idrogenati”, “grassi parzialmente idrogenati” o “margarina”. Anche diciture generiche come “grassi vegetali” o “oli vegetali” non meglio identificati meritano attenzione.
Il colesterolo
Il colesterolo fa parte della grande categoria dei grassi ed è una sostanza indispensabile al nostro corpo. Può svolgere molte funzioni:
serve alla produzione dei sali biliari, necessari per digerire i grassi;
è fondamentale per la produzione di molti ormoni, compresi gli ormoni sessuali;
interviene nella produzione di vitamina D nella pelle;
fa parte della struttura delle membrane cellulari;
svolge molte altre funzioni biologiche.
Ma se è tanto utile, perché viene considerato temuto e pericoloso?
Il punto critico non è il colesterolo presente all’interno delle cellule, ma quello presente nel sangue, soprattutto se in eccesso. Finché è in circolazione, può depositarsi sulla parete delle arterie, avviando un processo di occlusione che nel tempo può contribuire a patologie cardiovascolari.
Il colesterolo presente negli alimenti non fa aumentare in modo così diretto il colesterolo nel sangue: buona parte viene prodotta dal nostro corpo a partire da grassi e zuccheri.
Non esiste davvero un colesterolo buono e uno cattivo: il colesterolo è uno solo. A fare la differenza è il modo in cui viene trasportato.
LDL e HDL
Il colesterolo, essendo un grasso, non si scioglie nel sangue, che è una soluzione acquosa.
Per essere trasportato, il fegato lo incapsula in contenitori formati da lipoproteine di trasporto. Queste lipoproteine, insieme a trigliceridi e colesterolo, formano un contenitore che dal fegato arriva ai tessuti che ne hanno bisogno.
Dopo aver rilasciato parte dei trigliceridi alle cellule, questo contenitore si trasforma in LDL, cioè lipoproteine a bassa densità, e inizia a rilasciare il colesterolo.
Le LDL, se sono in eccesso, possono depositarsi sulla parete delle arterie. Le HDL, invece, riportano il colesterolo in eccesso verso il fegato, dove può essere riutilizzato o smaltito.
Figura 7Figura 8
Le LDL distribuiscono il colesterolo alle cellule, mentre le HDL ripuliscono il sangue dalle LDL in eccesso. Per questo è importante il rapporto tra LDL e HDL. Un rapporto LDL/HDL pari a 3 o inferiore è considerato ottimale.
Le LDL possono anche ossidarsi nel sangue, per carenza di antiossidanti o per presenza di radicali liberi. Quando sono ossidate, non vengono più riconosciute dai recettori cellulari e tendono più facilmente a depositarsi sulla parete delle arterie.
Gli enzimi
Per produrre colesterolo sono necessari una materia prima, l’Acetil-CoA, e un enzima chiamato HMG-CoA reduttasi.
Come tutti gli enzimi, anche questo può essere indotto o inibito.
Enzima inibito
Se l’enzima è inibito, viene prodotto meno colesterolo e aumenta la rimozione delle LDL dal sangue. Le cellule, producendo meno colesterolo, espongono più recettori sulla loro superficie per prenderlo dal sangue.
Enzima indotto
Se l’enzima è indotto, viene prodotto più colesterolo e si riduce la rimozione delle LDL dal sangue. Le cellule producono più colesterolo internamente e portano in superficie meno recettori.
Tra gli induttori dell’enzima troviamo l’insulina. Gli alimenti ad alto indice glicemico, come zuccheri semplici e bevande zuccherate, inducono un aumento della concentrazione di insulina.
Tra gli inibitori troviamo il glucagone e l’acido butirrico, prodotto nel colon dalla fermentazione batterica della fibra alimentare.
La fibra alimentare, solubile e insolubile, riduce la colesterolemia in diversi modi:
dalla sua fermentazione si formano inibitori della sintesi del colesterolo, come l’acido butirrico;
rallenta l’assorbimento degli zuccheri ed evita picchi di insulina;
riduce l’assorbimento di colesterolo e sali biliari, costringendo l’organismo a produrre nuovi sali biliari consumando colesterolo.
La conseguenza è che alimenti capaci di indurre picchi di insulina, come bevande zuccherate, zuccheri semplici ed eccesso di cereali raffinati, possono aumentare la colesterolemia.
I grassi trans, invece, tendono ad aumentare le LDL e a diminuire le HDL.
Figura 9
Grassi diversi hanno funzioni ed effetti diversi sul nostro organismo
I grassi presenti nel nostro organismo possono avere due origini: possono essere assunti direttamente con la dieta, oppure possono essere prodotti attraverso vie metaboliche a partire da altre sostanze, come carboidrati e proteine.
Gli zuccheri in eccesso, ad esempio, vengono convertiti in grassi, trasportati sotto forma di trigliceridi e immagazzinati.
Il corpo può trasformare alcuni tipi di grassi in altri, ma ci sono due acidi grassi che non riesce a produrre: l’acido linoleico e l’acido alfa-linolenico. Proprio perché devono essere introdotti con la dieta, vengono definiti acidi grassi essenziali.
La distinzione tra grassi saturi, monoinsaturi e polinsaturi non è sufficiente per stabilire funzione ed effetti sull’organismo. Per esempio, l’acido linoleico e l’acido alfa-linolenico sono entrambi polinsaturi, ma hanno effetti diversi e talvolta opposti su alcune funzioni metaboliche.
Grassi insaturi: omega-3, omega-6 e omega-9
Un acido grasso è formato da una testa e da una coda. La testa è uguale per tutti gli acidi grassi, mentre la coda cambia. La coda è formata da una catena più o meno lunga di atomi di carbonio.
Figura 10
Nel caso dell’acido oleico, presente in percentuale elevata nell’olio di oliva, il primo doppio legame si trova in posizione omega-9. Per questo appartiene alla serie omega-9.
Figura 11
Un acido grasso della serie omega-6 presenta invece il primo doppio legame in posizione 6 a partire dalla coda.
Figura 12
L’acido linoleico è un acido grasso polinsaturo che appartiene alla serie omega-6.
Figura 13
L’acido alfa-linolenico, invece, presenta il primo doppio legame in posizione 3 e appartiene quindi alla serie omega-3.
Figura 14
La serie omega-3
I principali acidi grassi della serie omega-3 che si ottengono a partire dall’acido alfa-linolenico sono EPA e DHA.
Figura 15
Ottime fonti di acido alfa-linolenico sono l’olio di semi di lino e i semi di lino.
Dall’acido alfa-linolenico viene sintetizzato l’EPA e da quest’ultimo viene sintetizzato il DHA. Questa sintesi è però limitata e tende a calare con l’avanzare dell’età.
EPA e DHA sono presenti soprattutto nei pesci che vivono in acque fredde, nel pesce azzurro, nel salmone e in alcune alghe.
Gli acidi grassi omega-3, in particolare EPA e DHA, sono utili per ridurre i trigliceridi e promuovere la fluidità del sangue.
La serie omega-6
Il principale derivato della serie omega-6 che si ottiene a partire dall’acido linoleico è l’acido arachidonico.
Figura 16
Ottime fonti di acido linoleico sono i semi oleosi e gli oli di semi in generale.
Il rapporto omega-3 / omega-6
I grassi delle famiglie omega-3 e omega-6 hanno funzioni diverse e importanti, che si bilanciano a vicenda.
Gli omega-6 abbassano la colesterolemia riducendo i livelli di LDL, ma possono ridurre leggermente anche le HDL. Hanno invece una bassa efficacia nel ridurre i trigliceridi.
Gli omega-3 sono molto efficaci nel ridurre i trigliceridi e nel promuovere la fluidità del sangue. Hanno una minore efficacia nella riduzione del colesterolo, ma possono aumentare leggermente le HDL.
Dagli omega-3 vengono sintetizzati composti con effetti prevalentemente antinfiammatori, antitrombotici, antiaggreganti e ipotensivi.
Dagli omega-6 si originano invece composti con effetti in parte opposti: favoriscono la risposta infiammatoria, l’aggregazione piastrinica e alcune reazioni immunitarie.
Nessuna di queste funzioni è negativa in assoluto: il buon funzionamento dell’organismo dipende dall’equilibrio tra le due famiglie.
Con una dieta di tipo occidentale, questo rapporto tende spesso a essere sbilanciato a favore degli omega-6.
Figura 17
Il rapporto quantitativo ottimale omega-3 / omega-6 è circa 1 a 4: per ogni parte di omega-3, circa quattro parti di omega-6 rappresentano una buona proporzione.
Figura 18
Effetti su colesterolo e trigliceridi
Serie
Acido grasso
Note
Molto efficaci nel ridurre i trigliceridi e promuovere la fluidità del sangue. Poco ipocolesterolemizzanti.
Omega-3
ALA, EPA
ALA essenziale
Molto ipocolesterolemizzanti: riducono LDL, ma anche leggermente HDL. Poco efficaci sui trigliceridi.
Omega-6
LA, AA
LA essenziale
Riduce LDL senza interferire con HDL.
Omega-9
Acido oleico
Presente soprattutto nell’olio di oliva
Grassi saturi: acido stearico, palmitico, miristico e laurico
Gli acidi grassi saturi non contengono doppi legami carbonio-carbonio, ma solo singoli legami. La molecola è lineare e i diversi acidi grassi saturi si differenziano per il numero di atomi di carbonio presenti.
Questi grassi sono solidi a temperatura ambiente.
Figura 19
Se assunti in eccesso, i grassi saturi possono aumentare il rischio di aterosclerosi e malattie cardiovascolari.
Non tutti i grassi saturi hanno però lo stesso impatto: tendono ad aumentare le LDL, ma non tutti con la stessa intensità. I più problematici, da questo punto di vista, sono acido laurico, palmitico e miristico, mentre l’acido stearico ha un effetto più neutro sulla colesterolemia.
I grassi saturi sono presenti sia in alimenti di origine animale sia in alimenti di origine vegetale.
Figura 20
Gli oli di palma, palmisti e cocco contengono prevalentemente grassi saturi, composti in larga parte da acido palmitico e miristico. Sono molto diffusi nell’industria alimentare perché economici e di lunga conservazione.
Spesso, nella lista degli ingredienti, vengono indicati genericamente come “oli vegetali”.
Nota
Gli schemi e i disegni delle molecole sono stati realizzati dall’autore.
Bibliografia
Appunti da lezione di biologia e chimica organica.
Raul Vergini, Grassi che curano, grassi che ammalano, Società Editrice Andromeda.
In antichità la gramigna comune era chiamata “grano selvatico” (Agropyrum), perché vagamente somigliante alle spighe del grano, ma a causa della sua natura altamente infestante lo danneggiava strisciando (repens) con il suo rizoma attraverso i campi.
Le proprietà della gramigna erano note sin dall’antichità. Dioscoride la consigliava nelle difficoltà di minzione, Plinio nei calcoli urinari e come potente diuretico.
Informazioni botaniche
La gramigna (Elytrigia repens (L.) o anche Agropyron repens (L.)) è una specie erbacea perenne e latifoglia appartenente alla famiglia delle Poaceae e al genere Elytrigia, molto comune nella maggior parte dell’Italia, Europa, Africa ed Asia.
Nota anche come dente canino, per le sue proprietà terapeutiche è conosciuta anche come gramigna dei medici.
Alcuni altri suoi sinonimi sono: Triticum repens, Agropyron repens, Agropyron caesium, Agropyron leersianum, Elymus repens, Triticum glaucum.
I nomi italiani con cui comunemente viene chiamata sono: gramigna comune, gramaccia, gramiccia, dente canino.
La pianta è caratterizzata dai fiori riuniti in spighe. Hanno perianzio ridotto a 2, di rado 3, squame, 3 stami, raramente 1 o più di 3; un unico carpello con 2 stimmi e 1 ovulo. Le spighe sono lunghe tra i 10 e i 30 cm, con spighette lunghe 1-2 cm e larghe 5-7 mm e di circa 3 mm di spessore. Le glume sono lunghe 7-12 mm, di solito senza barba o con una breve.
Possiede lunghi e bianchi rizomi che le permettono di crescere rapidamente in tutto il pascolo o nell’orto grazie agli stoloni a filo di terra.
Gli steli crescono di 40-150 cm di altezza; le foglie sono lineari, lunghe tra i 15 e i 40 cm e larghe 3-10 mm alla base, mentre le foglie più alte sugli steli sono tra i 2 e gli 8 mm di larghezza.
Il frutto è un racario con cariosside ellissoide, lunga 5 mm, liscia, non solcata. I frutti sono riuniti in spighette di 5-7 elementi.
Principi attivi e composizione
L’erba contiene polisaccaridi come triticina, inositolo, mannitolo e mucillagini, oltre a un olio essenziale.
I rizomi striscianti, comunemente chiamati stoloni, costituiscono la droga di questa pianta e contengono un poliosio derivato del fruttosio, denominato tricitina, responsabile della spiccata azione diuretica della pianta.
Un altro composto, l’agropirene, presente in discreta quantità nella gramigna, esplica una marcata azione antisettica e antinfiammatoria sui reni e sulle vie urinarie.
Per queste sue proprietà, l’azione terapeutica della gramigna può portare beneficio in caso di:
cistite
stati infiammatori delle vie urinarie
reumatismi
artrosi
artrite
iperuricemia
È inoltre indicata contro la cellulite, gli edemi e l’ipertensione, perché determina, nella maggior parte dei soggetti ipertesi trattati, una diminuzione della pressione sia massima che minima. Come drenante epato-biliare è consigliata nelle cure disintossicanti.
Cosa possiamo fare con la Gramigna
La parte utilizzata (droga) della pianta sono rizomi e radici.
Gramigna in erboristeria
Come accennato, grazie alle proprietà diuretiche e depurative di cui è dotata, la gramigna può essere impiegata in caso di infezioni del tratto urinario e per la prevenzione dei calcoli renali e della vescica. In questo modo si sfrutta l’attività dilavante esercitata dalle urine, favorendo la risoluzione delle infezioni e prevenendo la formazione di calcoli.
Per il trattamento dei suddetti disturbi, la gramigna può essere assunta sotto forma di diverse tipologie di preparazioni per uso interno.
Ad esempio, quando la gramigna è impiegata sotto forma di estratto liquido 1:1, generalmente si consiglia l’assunzione di circa 4-8 ml di prodotto tre volte al giorno.
Quando invece la gramigna è utilizzata sotto forma di tintura 1:5, la dose abitualmente consigliata è di circa 5-10 ml di prodotto, da assumere tre volte al giorno.
Infine, quando la gramigna è assunta sotto forma di infuso, si consiglia di preparare la bevanda immergendo 3-5 grammi di droga in una tazza di acqua bollente. Tuttavia, è bene precisare che di solito si preferisce evitare l’uso di infusi o decotti per scopi terapeutici, poiché non permettono di stabilire con esattezza la quantità di sostanze attive assunte, con conseguente aumento del rischio di insuccesso terapeutico.
Quando la gramigna viene utilizzata a fini terapeutici, è essenziale utilizzare preparazioni definite e standardizzate in principi attivi, poiché solo così si può conoscere la quantità esatta di sostanze farmacologicamente attive che si stanno assumendo.
Quando si utilizzano preparazioni a base di gramigna, le dosi di prodotto da assumere possono variare in funzione della quantità di sostanze attive contenuta. Tale quantità, solitamente, è riportata direttamente dall’azienda produttrice sulla confezione o sul foglietto illustrativo del prodotto. È quindi molto importante seguire le indicazioni fornite.
In qualsiasi caso, prima di assumere per fini terapeutici un qualsiasi tipo di preparazione contenente gramigna, è bene rivolgersi preventivamente al proprio medico.
Gramigna nella medicina popolare e in omeopatia
Le proprietà diuretiche e depurative della gramigna sono ben conosciute anche nella medicina popolare, che utilizza la pianta per il trattamento di cistiti e calcoli renali, ma non solo. La gramigna trova impiego nella medicina tradizionale anche per il trattamento di gotta, dolori reumatici e affezioni cutanee, oltre a essere usata come rimedio lenitivo in caso di tosse, grazie all’azione svolta dalle mucillagini in essa contenute.
La gramigna trova impiego anche in ambito omeopatico, dove la si può trovare sotto forma di tintura madre, granuli e gocce orali.
La pianta viene usata dalla medicina omeopatica in caso di infezioni delle vie urinarie, cistiti, disuria e perfino come rimedio contro la gonorrea.
La quantità di rimedio omeopatico da assumere può variare da individuo a individuo, anche in funzione del tipo di disturbo da trattare e del tipo di preparazione e diluizione omeopatica utilizzata.
Le applicazioni della gramigna per il trattamento dei suddetti disturbi non sono né approvate né supportate da opportune verifiche sperimentali, oppure non le hanno superate. Per questo motivo potrebbero essere prive di efficacia terapeutica in alcune persone.
Come assumere la Gramigna
Tisana: in mezzo litro di acqua bollente lasciare in infusione due cucchiai di polvere di radice per almeno 10 minuti, filtrare e bere 2 tazze al giorno, lontano dai pasti.
Decotto: bollire per 10 minuti 5-10 g di droga per tazza d’acqua; berne più di 2 tazze al giorno.
Tintura madre: preparata dai rizomi freschi, tit. alcol. 65°, XL gtt 3 volte al giorno.
Curiosità
L’Elytrigia repens è stata utilizzata in fitoterapia già nella Grecia classica.
I cani ammalati sono noti per dissotterrarne e mangiarne le radici, mentre gli erboristi medioevali la usavano per il trattamento delle infiammazioni della vescica, della minzione dolorosa e della ritenzione idrica. Viene tuttora impiegata come diuretico in diversi paesi del mondo.
I suoi rizomi essiccati venivano spezzati e utilizzati come incenso durante il Medioevo in Nord Europa, dove altri tipi di resine a base di incenso non erano disponibili.
In passato la gramigna veniva utilizzata per ammorbidire i terreni, perché le sue potenti radici riuscivano a frantumare sassi e pietre.
È sempre consigliato prestare attenzione all’uso della gramigna in caso di nefriti, squilibri idroelettrolitici o ipersensibilità accertata verso uno o più componenti.
Inoltre, l’utilizzo della gramigna è controindicato in pazienti che presentano edema causato da insufficienze cardiache e/o renali.
Questo articolo, dell’Iridologo e Naturopata Marino Lusa, corrisponde all’introduzione e al primo capitolo del libro “L’iridologia e la salute dagli occhi” - Xenia Editrice.
Gli autori degli altri capitoli sono il Dott. Daniele Lo Rito e il Dott. Lucio Birello.
Il libro, divulgativo e coinvolgente, è indirizzato ai potenziali Iridologi, ma anche a un pubblico più vasto di seguaci della Medicina Naturale.
Il presente articolo costituisce la prima parte di un lavoro molto più ampio.
Etimologia della parola "Iridologia"
La parola “IRIDOLOGIA” è composta da due parti: “IRIDO” e “LOGIA”.
La prima parte deriva dalla parola Iride, che è:
“Il segmento della membrana vascolare dell’occhio, che costituisce un diaframma contrattile, variamente colorato, formato da lamelle irradiantesi dal suo centro. Essa e' posta davanti al cristallino e circoscrive la pupilla”.
La seconda parte significa: “Studio e trattazione di…” quindi il significato completo del termine è: Studio e trattazione dei significati dell’iride.
Uno dei simboli iconografici più antichi, è quello del triangolo con all’interno un cerchio; la tradizione popolare dice che esso raffigura l’Occhio di Dio.
Secondo il suo vero e profondo significato invece, il triangolo ed il cerchio sono due lettere di un antico alfabeto medio orientale Fenicio, Ebraico, Aramaico, che risale a 3600 anni fa.
Le due lettere sono la “AIN” (il cerchio) che significa letteralmente l’Occhio e la “DALED” (il triangolo) che significa la Porta (un segno con valore numerico 4).
Studiando la parola Ain = occhio, lettera per lettera, se ne scopre il vero significato, a conferma che l’iridologia è una scienza medica antica; questa parola deve infatti essere così ridefinita:
L’Eternita', la Luce, l’Intellettualita', introdotta in un corpo convesso, oscuro, tenebroso, per poter portare nella manifestazione gli organi del corpo.
Tale definizione è stata ricostruita sulla base degli antichi alfabeti, compreso il Fenicio, l’Egizio, l’Ebraico e successivamente l’Arabo; lingue che hanno delle particolarità inesistenti nelle lingue moderne. Le lettere dei loro alfabeti sono segni, glifi che indicano ognuna delle idee, dei concetti ben precisi.
Il compositore delle parole, le formava tenendo conto del significato delle singole lettere.
Ecco come mai, dopo migliaia di anni è possibile ricostruire, attraverso l’analisi delle radici e delle singole lettere formanti la parola da analizzare, il senso nascosto che l’autore di quella parola/grafia aveva in mente mentre la coniava.
L’iridologia nelle sue attuali definizioni
“L’Iridologia è un metodo che determina, attraverso l’esame dell’iride, la sede e la natura dei disturbi presenti in altre parti del corpo. E’ detta anche iridoscopia. L’iride in effetti è in comunicazione con il sistema cerebro-spinale e con quello simpatico, così che qualsiasi alterazione dell’equilibrio ne modifica la struttura sotto forma di macchie, segni, colorazioni, alterazioni del pigmento, ecc…” (Enciclopedia Larousse)
“L’Iridologia è lo studio dell’iride, particolarmente del suo colore, delle tracce, delle variazioni, ecc., posto in relazione alle malattie.” (Dorland’s Illustrated Medical Dictionary - XXVII Ed.)
“L’Iridologia è un metodo che cerca di determinare, attraverso l’osservazione analogica dell’iride, le modalità reattive di fondo dell’organismo (inteso come un insieme integrato) e la predisposizione costituzionale a sviluppare patologie in specifiche zone topografiche della struttura fisica”.
“L’analisi dell’iride è per definizione: individuare dall’osservazione delle iridi i diversi stadi di sviluppo dell’infiammazione del tessuto e dov’essa è situata. Anche le debolezze intrinseche possono essere individuate, quali che siano e dove.” (B. Jensen)
“Nell’iride si nota lo stato di salute del nostro corpo; ci dice il grado di costituzione fisico-organica; ci denuncia anzitempo l’evolversi di una manifestazione patologica, una possibile recettibilità del male; ci conferma l’origine d’esso e se è di indole ereditaria oppure se è stato acquisito nel corso dell’esistenza.” (L. Costacurta)
“L’iridologia si aggiunge con successo ad altri metodi tradizionali già in uso, permettendoci di migliorare la prevenzione e il risultato finale...” (J. Angerer)
“L’Iridologia è una scienza che ci permette, attraverso l’esame della parte anteriore dell’occhio, di formulare delle ipotesi sullo stato di salute o di malattia della persona esaminata.” (D. Lo Rito – L. Birello)
“L’esame dell’iride può rivelare la causa nascosta di molti disturbi…” (P. Fragnay)
“L’Iridologia di per sé ha poco valore se non è accompagnata da un’anamnesi corretta e da metodi diagnostici complementari che ci confermano le predisposizioni riflesse nell’iride.” (J. L. Berdonces)
Origini dell'Iridologia
Le origini dell'Iridologia Orientale
Le prime tracce dell’interesse per l’occhio, utilizzato per cogliere gli aspetti della personalità e la funzionalità dell’organismo, risalgono a circa duemila anni prima di Cristo, anche se alcuni autori situano l’inizio della “tecnica iridologica” antecedentemente al 4000 a. C.
Antichissimi libri di scienza, opere di medicina indiana e cinese, riportano le prime osservazioni conosciute sull’occhio e sull’iride, studiati per conoscere la salute del soggetto. L’interesse di questi studi era rivolto all’individuazione delle relazioni tra gli esseri umani, le cose della natura ed il cosmo. “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso” scriveva d’altra parte Ermete Trismegistro.
In antiche opere di Medicina indiana (ayurvedica) e Cinese, le più antiche delle quali risalenti al 2000 a. C., sono presenti osservazioni sistematiche sull’occhio di rilevanza iridologica, anche se inserite in un contesto concettuale assai diverso dal nostro e quindi di difficile comprensione.
Va ricordato che anche nella prima Medicina Tibetana nell’ambito della cura ai malati, lo stato patologico veniva rilevato attraverso i diversi segni e colori che apparivano nelle iridi e negli occhi in generale.
La medicina tradizionale cinese
Già l’antichissima cultura medica legata alla tradizione cinese utilizzava l’osservazione dell’iride e più in generale dell’occhio, per fini diagnostici.
L’imperatore cinese Chen Lung nel 1724, propone la suddivisione dell’iride in cerchi concentrici, che sarà poi ripresa dalla moderna topografia anulare.
Nel trattato “Yi Zong Zin Zian” pubblicato nel 1742, vengono indicate otto zone (o rappresentazioni oculari) correlate con altrettanti elementi, in cui si riflette lo stato di salute di organi, visceri e funzioni organiche.
Le origini mediterranee ed europee dell'Iridologia
La medicina egizia (II millennio a. C.)
Va anzitutto premesso che la scienza Egizia era una derivazione di quella Atlantidea integrata anche, per alcune sue forme, con quella Caldea, Ittita e Mesopotamica.
Erodoto ci informa quanto fossero rinomati gli oculisti egizi; la cosa che il re persiano Ciro (VI sec. a. C.) desiderava di più dal faraone Ahmose II (XXVI Dinastia) era appunto un oculista, il migliore che ci fosse; sembra che questo episodio giocò un ruolo molto importante nell’invasione persiana dell’Egitto nel 525 a. C.
Nella cultura egizia, l’occhio è per l’uomo ciò che il sole è nell’universo; nel mito e nel culto l’Occhio di Horus, figlio di Iside e di Osiride, è uno dei motivi più frequenti e significativi.
Narra il mito che Horus, vendicando la morte del padre ucciso da Seth per sottrargli il potere, lo uccida. Nel duello però, Seth prima di essere abbattuto da Horus, riesce a strappargli un occhio lacerandolo e seminandone i pezzetti sulla sabbia del deserto (dove germineranno i fiori di loto).
Thot, il dio soccorritore per eccellenza, invocato da Iside, risana la ferita e restituisce integrità all’occhio di Horus. Questi, che perde un occhio e lo riconquista, assume fattezze di uomo con testa di falco e diventa il simbolo dell’eterna lotta tra la luce e l’oscurità, assumendo funzioni adiuvanti di dio della salute e del benessere contro le tenebre del male e della malattia.
Thot, per parte sua, assume particolare potere sulle malattie degli occhi, frequenti in Egitto per via del sole abbagliante, del vento e della sabbia, nonché importanti dal momento che una di esse, il tracoma, era forse la maggiore tra le “dieci piaghe d’Egitto”, quella correlata ai tafani parassitanti le cisposità oculari. (G. Comacini)
Secondo i canoni moderni, gli oftalmologi egizi, chiamati Swnw Irty, avevano una conoscenza anatomo-fisiologica dell’occhio carente: è conosciuta solo la parte esterna dell’organo, “l’iride-pupilla“ che fornisce il liquido lacrimale (pupilla = fanciulla dell’occhio).
Nel libro “Cuore e vasi” si suppone siano quattro i vasi, due per ognuno, che interessano gli occhi: dal cuore alle tempie. Vasi che portano sangue e malattie di ogni genere. Malattie possono venire anche dal di fuori per opera di magia, intrufolandosi nell’occhio sinistro. (G. Imperiali)
Alcuni passi dei più importanti papiri medici, sembrano indicare in modo specifico il collegamento delle manifestazioni oculari con malattie generali e di organi interni.
Per esempio nel papiro Ebers, compilato nel 1500 a. C., si legge:
“Un occhio in cui è apparso ogni evento infausto”. (Ebers 392)
Nei testi egizi più antichi (Berlino 3038, Carlsberg VIII) troviamo comunque anche un indizio esplicito dell’Iridologia:
“La donna sia fatta stare nel vano di una porta, possibilmente illuminata dal sole. Se i suoi occhi sembrano diversi, come se uno fosse l’occhio di un asiatico, l’altro occhio di un nubiano, essa non partorirà. Al contrario se gli occhi sono dello stesso colore”.
E’ probabile che l’antico medico egizio, nonostante i limiti della sua anatomia e fisiologia, avesse sviluppato una qualche teoria riflessologica, una visione olistico-analogica, per collegare i segni oculari con le funzioni e le patologie di altri organi interni. (G. Nuti)
La medicina mesopotamica (I millennio a. C.)
La Mesopotamia è stata per molti secoli la patria culturale dell’astronomia e proprio a questa dobbiamo la crescita e l’affermarsi dell’iridoscopia, che veniva considerata “scienza occulta“ e quindi tenuta segreta al popolo.
Gli astronomi mesopotamici vedevano nell’iride una rappresentazione della volta stellare e da essa studiavano il tema natale e la sua correlazione con i vari organi ed apparati. Sulla base delle variabili di data, ora e luogo di nascita, veniva tracciato attraverso l’iride, un piano astrale capace di determinare geneticamente le informazioni corrispondenti ad organi e funzioni con maggior rischio patologico.
Le concezioni analogiche esoteriche dei popoli mesopotamici erano legate al concetto di qualità del tempo (kairòs), che nulla ha a che fare con l’arco temporale, esprimendo il concetto che ogni punto e sezione di tempo possiede una precisa qualità che fa emergere, per sincronicità, solo le manifestazioni adeguate a quella qualità. I contenuti qualitativi di una determinata manifestazione corrispondono analogicamente alle qualità del tempo in cui accadono. Non potrebbero manifestarsi che in quel preciso momento. Sotto questo aspetto è fondamentale la qualità del tempo del concepimento e della nascita, che è espressa in maniera inequivocabile nell’iride. (O. Sponzilli)
Il legame fra Astrologia e Medicina, tipico della cultura mesopotamica, sembra riemergere dalle trattazioni riportate nel capitolo “Zodiaco dell’occhio” del libro astrologico di Libra :
“Tutto ciò che succede nel cosmo si riflette nell’uomo. Tale riflesso ha luogo nell’intero organismo e l’iride è fatta per farcelo riconoscere”.
Questo approccio permette di percepire l’uomo come integrato al cosmo, di cui diviene proiezione e particella. La sua specificità è data dall’attivazione o dalla disattivazione di determinate funzioni, mentre nella sua interezza è simile a tutte le altre forme di vita presenti nell’Universo. Il mondo minerale, quello vegetale, con la loro variegata morfologia strutturale, saranno referenti importanti per individuare similitudini utili all’uomo. Il fitoterapico o il minerale agiranno in proporzione alla percentuale di peculiarità rilevata con il soggetto beneficiario.
La “scienza” si poneva in pratica come obiettivo, l’unificazione di quello che ai cinque sensi appariva frammentario e questi erano colti come limitanti e ingannatori, al punto da definire il reale, “maja”, illusione.
In quegli anni l’idea di un principio cosmico, di cui tutti gli esseri fanno parte, era accettato.
Alcuni autori moderni, riferendosi specificatamente a prime fonti registrate, inscrivono la nascita della diagnosi iridologica nell’ambito della cultura Caldea che si basava su principi astrologici ancora più antichi. (G. Nuti)
In uno dei suoi frammenti, diventato proverbiale, Anassagora afferma: “òpsis adèlon tà phainòmena”. Secondo la traduzione fornita da M. D. Grmek, ciò vorrebbe dire che “il visibile (phainòmena) è l’occhio (òpsis) dell’invisibile (adèlon), in altre parole:
“il fenomeno che appare è l’iridescenza di cose nascoste”.
Qui ci sembra, di poter cogliere l’allusione al metodo semeiotico dell’osservazione particolare dell’occhio (forse anche dell’iride), per risalire alla condizione generale interna del corpo.
Anassagora è il filosofo del “tutto in tutto“ e questa osservazione della parte (occhio) per conoscere il tutto (corpo), è coerente con la sua impostazione filosofica.
Tale impostazione sarà destinata ad influenzare notevolmente il metodo clinico analogico della Medicina Ippocratica. (G. Nuti)
Ippocrate (460 – 377 ca. a. C.)
Ippocrate di Cos, come sappiamo, era considerato il diretto discendente del divino Esculapio, fondatore dell’arte medica occidentale.
Nel libro “Epidemie”, a lui attribuito, troviamo scritto:
“Tali sono gli occhi, tale è il corpo”.
Ma una traduzione più dettagliata del passo, legge:
“Come sono forti gli occhi, così il corpo; e il colore può tendere al meglio o al peggio”.
Il riferimento alla “forza“ degli occhi, sembra indicare l’osservazione della forza strutturale dell’organo, come dato costituzionale stabile; mentre il loro “colore“ indicherebbe il mutamento e il progredire di una condizione di salute o di malattia; condizione che il testo Ippocratico collega poi allo stato di nutrizione dell’organismo.
Oltre a questo particolare e prezioso riferimento all’osservazione dell’occhio, più in generale possiamo identificare nel pensiero Ippocratico, una visione “olistica“ dell’organismo e della malattia, che poi fonda anche il metodo iridologico. (G. Nuti)
Nei “Luoghi nell’Uomo” infatti, Ippocrate dice: “Io credo che non esista alcun principio del corpo, ma che tutto sia ugualmente principio e fine; come nel disegno di un cerchio non si può trovare il principio, allo stesso modo le malattie derivano il loro principio da ogni parte del corpo…poiché nella più piccola sono presenti tutte le parti e queste comunicano e riferiscono tutto a ciascuna delle loro simili”.
In Ippocrate abbiamo anche l’interessante impostazione del problema del rapporto tra forma e funzione dell’organo. (Vegetti)
Per capire le proprietà delle strutture all’interno del corpo, bisogna riferirsi a ciò che è visibile all’esterno, attraverso il metodo analogico. (M.D. Grmek)
A questo riguardo, dal testo “Antica Medicina” leggiamo:
“Per proprietà intendo, a un dipresso, il punto di massima intensità e forza degli umori, per strutture intendo tutto ciò che vi è nell’uomo…E questo si deve comprenderlo a partire dall’esterno, da ciò che è visibile”.
Questa analogia Ippocratica fra forma esterna e funzione interna è la base non solo della moderna Morfotipologia, ma anche della moderna Iridologia. Tale disciplina può essere considerata infatti, una morfotipologia microcosmica rispetto al macrocosmo dell’organismo, inteso come un insieme costituzionale integrato. (G. Nuti)
Aristotele (384 – 322)
Del grande filosofo greco, viene qui riportato un breve ma significativo passo tratto dalla “Scienza della Fisiognomia” del “Segreto dei Segreti” a lui attribuito e che viene considerato il più antico e completo testo di fisiognomica giunto fino a noi:
“Dell’uomo che ha li suoi occhi macchiati – Ma quell’ uomo è pigiore di neuno dei sopradietti, li cui occhi sono macchiati di macchie bianche u nere u rosse d’intorno intorno (…)”
L'Iridologia nella cultura ebraica antica (VIII sec. a. C.)
I testi sacri
Nel capitolo del Levitico si legge: “Nelle future generazioni, nessuno dei tuoi discendenti, se con un piede o una mano fratturati, se gracile e con la schiena curva o una macchia nell’occhio, potrà avvicinarsi all’altare per offrire sacrifici all’Eterno, poiché ha un difetto fisico”.
(Lv. 21, 17 – 20)
Possiamo leggere la frase “una macchia nell’occhio” di questo passo della Torah, come il segno di un’alterazione dell’integrità, cioè dell’equilibrio tra le parti di un organismo altrimenti sano.
Nel libro di Giobbe, si dice invece che “…dall’occhio si vede se uno perde energia…” (vv.11 – 20)
Pare questa, già la traccia di un’antica concezione medica che sapeva cogliere analogie insospettabili.
L'Iridologia nella cultura paleocristiana (I sec.)
I vangeli
Nel Vangelo di Luca è scritto: “La lucerna del corpo è il tuo occhio. Se il tuo occhio è sano (puro), anche il tuo corpo è tutto nella luce; ma se è malato, anche il tuo corpo è nelle tenebre…se il tuo corpo è tutto luminoso e puro, senza avere alcuna parte nelle tenebre, tutto sarà luminoso, come quando la lucerna ti illumina con il suo bagliore”. (Lc. 11, 34)
Così Matteo: “La lucerna del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è terso (chiaro), tutto il tuo corpo sarà illuminato. Ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre”. (Mt. 6, 22)
Anche se la metafora ha come obiettivo finale un insegnamento morale e spirituale, non possiamo sottovalutare il fatto che l’analogia di partenza (il rapporto fra l’occhio ed il corpo; fra la parte ed il tutto), descrive una condizione fisiologica e patologica: il rapporto fra la malattia dell’occhio e la condizione di oscurità del corpo. (G. Nuti)
Sempre nei Vangeli, ed in particolare in quello di Giovanni, si afferma ancora che: “Perdere la vista equivale a scivolare nel peccato e riacquistarla è saper riconoscere la luce di Cristo”. (O. Sponzilli)
Gli autori dei vangeli erano degli Ebrei seguaci di Gesù il Nazireno, rabbino Esseno appartenente alla setta giudaica dei “nazirei”, il quale conosceva molto bene tutte le tecniche che erano ai suoi tempi patrimonio della cultura Essena, Ebraica, Egizia.
Le antiche usanze legate a queste culture, consigliavano ai malati di recarsi ad ogni malessere, dai Sacerdoti che a quei tempi erano i medici della psiche e del corpo, perché esaminassero e diagnosticassero i loro disturbi, fornendo loro anche le terapie adatte.
Questi antichi sacerdoti conoscevano oltre all’iridologia, anche le tecniche della medicina naturale: si vedano tutte le tecniche delle abluzioni, fanghi, immersioni, che furono “sacralizzate” nei battesimi, digiuni, voti, oppure le cure fatte alle sorgenti delle acque, l’urino-terapia, ecc.
L'Iridologia nella medicina monastica medievale
Ildegarda di Bingen (1098 – 1170)
La celebre mistica tedesca, fu costantemente animata da molteplici interessi, anche scientifici (medicina, scienze naturali, cosmologia), lasciando alla posterità numerosi testi, alcuni trattati, un ricco epistolario ed anche delle composizioni musicali.
Una sua descrizione molto poetica dell’occhio, recita: “La pupilla dell’occhio ha la somiglianza del sole; ciò che sta intorno alla pupilla è simile alla luna; la parte esterna bianca assomiglia alle nubi. L’occhio è composto di fuoco e di acqua”.
Sulla base del colore dell’iride, nel suo “Causae et curae”, la “visionaria del Reno” descrive cinque tipi diversi di occhi: occhi blu, occhi rosso fuoco, occhi misti, occhi verdi, occhi marroni. Ne correla poi le specificità caratteriali, fornendo tutte le indicazioni utili per la preparazione e la posologia dei rispettivi rimedi naturali più appropriati. (W. Strehlow)
“Le persone dagli occhi azzurri a volte sono spensierate, a volte avventate o sfrenate, oppure indolenti e maldestre. Ma tutto quello che fanno, lo fanno in maniera profonda. Chi ha gli occhi rosso fuoco è intelligente, acuto, irascibile. Le persone con occhi misti sono alquanto instabili, quindi a volte tristi, a volte allegre, ma basilarmente affidabili. Quelle con gli occhi verdi sono instabili, spensierate ed astute, sono portate ai lavori manuali e afferrano al volo quel che non conoscono. Chi ha gli occhi marroni è intelligente, aperto ai buoni consigli, ma timoroso nel suo agire”.
Rimedi:
Farmaco per gli occhi n. 1 : occhi azzurri (sensibili all’aria)
Farmaco universale: (tè di finocchio, impacchi di finocchio, bagni di finocchio, succo di finocchi).
Farmaco per gli occhi n. 2: occhi rosso fuoco (con anello evidente attorno alle pupille)
Vino di viole, rose, finocchio.
Farmaco per gli occhi n. 3: occhi misti (grigi con varie sfumature di colore, sensibili e reattivi alla luce, come all’acqua rifrangente e alle superfici innevate)
Vino alla cannella.
Farmaco per gli occhi n. 4: occhi verdi
Impacco di finocchio.
Farmaco per gli occhi n. 5: occhi marroni (reagiscono con sensibilità all’aria, alla nebbia e all’acqua; attenti ai cambiamenti di abitazione!)
Ruta, vino di miele.
A conclusione del paragrafo sulla Medicina Madievale possiamo dire che ci sono molti trattati dal ‘300 in poi sulla fisiognomica oculare, ma tutti si rifanno alla medesima fonte: il testo latino attribuito ad Aristotele, dal “Segreto dei Segreti”.
L'Iridologia nella medicina nel rinascimento
Leonardo da Vinci (1452 – 1519)
Un pensiero di tipo “olistico”, come quello che abbiamo trovato nello scritto Ippocratico del “Luoghi dell’Uomo”, è presente anche nella cultura Rinascimentale, che per molti aspetti recupera la filosofia greca classica. (G. Nuti)
In particolare Leonardo scrive: “D’ogni cosa la parte ritiene in sé della natura del tutto”. (Codice I, 90 recto – 1497-99)
Paracelso (1493 – 1541)
Teophrast Bombast von Hohenheim, grande medico e ricercatore del Rinascimento. Sebbene osteggiato dal mondo accademico e dalla Chiesa, lo scienziato di Basilea rivoluzionò le basi teoriche della scienza medica, collegandola alle conoscenze chimiche e biologiche del suo tempo.
In uno dei suoi 364 libri, evoca il principio base dell’Iridologia: “Considerate l’occhio nella testa con quale arte ammirevole è costruito e come il corpo medio ha impresso così meravigliosamente la sua anatomia in quest’organo e vi ha lasciato la sua impronta. E’ da questa immagine e da questa impronta che deriva la conoscenza della medicina”.
Il bisogno d’imporsi evidenziandosi in un tessuto socio-culturale non ancora pronto ad accettare questo tipo di conoscenze, gli fu però fatale.
Giovan Battista dalla Porta (1540 –1615 )
Dopo l’antico testo di Aristotele, già citato in precedenza, la fisiognomica fu coltivata in epoca romana e per tutto il Medioevo ma ebbe il suo periodo di massima fioritura proprio durante il Rinascimento: l’opera più rilevante di quest’epoca è: “Della fisiognomia dell’uomo” di Giovan Battista Dalla Porta pubblicata nel 1586.
Il trattato, organizzato in vari volumi, descrive l’arte di osservare le fattezze fisiche degli esseri umani per trarne ogni sorta di informazione, anche e soprattutto di tipo psicologico e medico.
All’osservazione delle forme e dei segni che sono evidenti dagli occhi, il Dalla Porta dedica un volume intero, nella cui introduzione scrive:
“Sarebbe assai convenevole che nel libro passato, dopo il trattato delle ciglia, si fosse trattato degli occhi; ma poiché il trattar degli occhi è il maggiore e più importante negozio di tutta la Fisionomia, e bisogna trattar di loro più lungamente, gli abbiamo ridotti in questo luogo e daremo loro un libro particolare. Sono gli occhi veramente fra le nobilissime parti di tutto il corpo umano le principalissime, poiché i principali segni della Fisionomia si traggono dagli occhi.(…)
Alcuni han chiamato gli occhi porte dell’Anima, poiché come da certe porte così fuori balena l’anima.(…) Dice Losso riferendo Alberto: la perfezione della Fisionomia si toglie dagli occhi, et i segni che dalli occhi si togliono sono i più veri et i più gagliardi di tutti quelli che si togliono dal volto; e quando i testimon degli occhi s’accordan con quelli del corpo, allora son verissimi: ma se quelli degli occhi discrepan dagli altri, allor devi lasciar gli altri et attaccarti a quelli degli occhi”.
L’iridologia nell’arte antica
Hyeronimus Bosch (1453 – 1516)
Nel poema allegorico “Pélegrinage de vie humaine” edito ad Haarlem nel 1486 è scritto: “La pupilla suprema è Gesù Cristo, specchio senza macchia nel quale ciascuno può vedere il proprio aspetto. Voi vi guarderete in questo specchio e condurrete la vostra vita secondo quanto vi vedrete, perché se voi vi guardate bene in esso, il vostro cammino sarà più leggero”.
Sicuramente è sotto queste influenze che il pittore, mago ed alchimista Hyeronimus Bosch dipinse intorno al 1480 il suo olio su tavola dal titolo “I sette peccati capitali e i quattro novissimi”, conservato al Museo del Prado di Madrid.
L’artista ha strutturato il tondo centrale della composizione come se si trattasse di un occhio che ha al centro, in corrispondenza della pupilla, il Cristo risorto e benedicente. Intorno a essa, in corrispondenza del collaretto, una raggiera luminosa ed infine, nella regione compresa tra quest’ultima e il bordo irideo esterno, le scene dei sette peccati capitali. (O. Sponzilli)
E’ importante ricordare che Bosch conosceva anche l’arte diagnostica e terapeutica basata sulla palpazione e sulla puntura o causticazione in punti specifici del padiglione auricolare, come appare da altri suoi dipinti. (F. Gazzola)
La basilica di Vezelay
I “frammassoni” che hanno eretto le cattedrali francesi conoscevano bene le relazioni esistenti fra l’Uomo e il Cosmo, e ce ne hanno lasciato una testimonianza nelle loro sculture; ad esempio quelle che si trovano all’interno della Basilica di Vézelay.
Il Cristo è sormontato dalla ruota dello zodiaco e al di sopra della sua testa, tra il Leone ed il Cancro, si trova il corpo dell’Uomo a formare la ruota, piegato all’indietro in modo che la testa tocchi i piedi, in una posizione simile a quella raffigurante gli organi nell’iride, spina dorsale compresa.
Secondo il famoso iridologo francese Gilbert Jausas fondatore dell’Iridologia Rinnovata, si è voluto dimostrare che esiste una corrispondenza tra il corpo umano suddiviso in dodici parti e i segni dello zodiaco. La proiezione dei nostri organi sulle iridi, dice infatti Jausas, segue il medesimo schema universale.
La medicina tra il XVII e il XVIII secolo
Phylippus Meyens (Philippe May – XVII sec.)
Questo medico, nato a Dresda in Germania, è autore di un trattato dal titolo “Chiromantica medica” ovvero “Phisiognomia medica” pubblicato a Le Haye nel 1665. Nell’opera, considerata il primo riferimento documentato all’analisi dell’iride, si descrive la possibilità di osservare nell’occhio umano i segni riflessi della condizione dell’intero organismo.
Nel testo, il Meyens si riferisce a tutta la fisiognomica oculare, cioè a tutte le parti semeiologicamente osservabili: cute periorbitale, palpebre, sclera, iride e pupilla:
“(…) Chi gode di una perfetta salute, ed è veramente felice e sano, deve avere gli occhi limpidi, senza linee, o macchie di sangue: perché dal momento che questi segni negativi si trovano negli occhi di una persona, bisogna che producano i loro effetti, secondo la loro grandezza. (…) Quando appaiono dei piccoli segni molto sottili, in occhi che in precedenza erano limpidi, significa che il fisico si è indebolito. Quando si vuol sapere in quale parte del corpo si trova la debolezza, bisogna dividere gli occhi in quattro parti. La prima parte in alto, significa la testa. E siccome la testa ha una grande simpatia con lo stomaco, si potrà nello stesso tempo trovare le malattie che provengono dai vapori che salgono dallo stomaco. Il lato destro degli occhi, indica tutte le membra del corpo che sono nella parte destra, come la mammella destra, il fegato, ecc. se ci sono dei segni infausti sul lato sinistro, vorrà dire che il cuore e la mammella sinistra sono indisposti, e in breve tutto il alto sinistro; e se l’umore è malinconico, è segno che la milza è sofferente. Se le macchie si trovano nel mezzo, o vicino al centro dell’occhio, è segno che il corpo è indisposto e sofferente in mezzo al petto. L’ultima parte degli occhi che è in basso, significa le viscere, l’apparato genitale e i reni, se una persona ha gli occhi cattivi in questa parte, cioè occupati da alcuni segni negativi, è soggetta alle coliche, all’ittero e alla tosse. (…) Ci sono persone convinte che i segni e le vene negli occhi siano come dei raggi del Sole (Radii Solares) e pensano che siano positivi, ma tutti i motivi spiegati prima, dimostrano il contrario e tale opinione è falsa e senza fondamento”.
Possiamo quindi affermare che Chiromantica medica, rappresenta non solo una straordinaria anticipazione della moderna Iridologia, ma anche una concezione analoga a quella della Medicina Tradizionale Cinese.
Nel 1695 a Norimberga J. Sigmund Eltzholtz con una propria pubblicazione, continua ed approfondisce l’opera iniziata da Meyens.
Nel 1786, Christian Haertels pubblicherà una dissertazione intitolata “De oculo et signo” ovvero “L’occhio e i suoi segni”.
La medicina salernitana (800 ca. – 1811)
La Scuola Medica Salernitana includeva un insegnamento della diagnosi attraverso l’iride, forse come particolare sviluppo dell’eredità culturale ippocratica.
Troviamo un riferimento all’osservazione dell’occhio anche nel Fiore della Medicina di Salerno: “Quando è troppo il sangue, la faccia si fa rossa, l’occhio prominente…”
Inoltre il tema della Scuola di Salerno offre l’occasione per una riflessione sullo sviluppo del pensiero medico moderno e sul rapporto fra la scienza ufficiale e le pratiche mediche complementari.
Ufficialmente la Medicina antica muore a Salerno nel 1811 con l’editto Napoleonico che abolisce la Scuola Medica Salernitana, come esito finale della crisi della Medicina del XVIII secolo, conseguente al tramonto della teoria umorale classica.
Ma qui non si tratta semplicemente del prevalere della razionalità e della scienza sulla superstizione e l’empirismo; piuttosto del passaggio definitivo dal pensiero olistico-cosmologico antico a quello riduzionista e meccanicista moderno.
Quel pensiero olistico antico sopravviverà in epoca contemporanea soprattutto attraverso il metodo analogico dell’Omeopatia e lo sviluppo della Medicina Naturopatica, di cui l’Iridologia fa parte.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
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Al giorno d’oggi siamo sommersi dai prodotti cosmetici: ne esistono per ogni esigenza, per la pelle giovane soggetta a impurità, per la pelle matura, secca, grassa, per la couperose, per le esigenze maschili, come creme dopobarba, creme viso e profumi, fino alle creme dimagranti e ai prodotti per il make-up come fondotinta, rossetti e mascara. Tuttavia, difficilmente ci si chiede da cosa siano realmente composti: siamo bombardati dalla pubblicità e questo aspetto passa spesso in secondo piano.
Quando nasce la cosmesi?
La cosmesi nell’antichità
Le prime tracce di pratiche cosmetiche risalgono all’Antico Egitto, dove le donne si dipingevano la linea inferiore dell’occhio di verde con la malachite, una pittura a base di carbonato di rame, e le palpebre, ciglia e sopracciglia di nero con il carbone. Le guance e le labbra venivano colorate con rosso ocra, ottenuto dall’ossido di ferro rosso. Era frequente anche l’uso di unguenti e oli aromatici per mantenere morbida e idratata la pelle e proteggerla dal sole e dal caldo secco. Nota a tutti, poi, l’usanza di Cleopatra di fare il bagno nel latte di asina o capra, perché si credeva rendesse la pelle particolarmente liscia e lucente.
Anche gli Antichi Greci facevano uso di pratiche cosmetiche: le donne erano solite fare un bagno alla lavanda, per poi massaggiare il corpo con oli e unguenti profumati. Usavano poi dipingersi il viso di rosa e bianco: il bianco era ottenuto dalla polvere di piombo bianco, mentre il rosa era fatto di vermiglio e altre sostanze vegetali. Si lavavano i capelli con speciali unguenti che li rendevano biondi.
Nell’Antica Roma, in epoca imperiale, si faceva uso di cosmetici per abbellire il corpo e correggere i difetti: gli appartenenti alle classi più ricche si dipingevano nei artificiali, si truccavano gli occhi con il carbone, si depilavano e si facevano maschere di bellezza usando piante e infusi vari. Utilizzavano la farina d’orzo e il burro per curare i brufoli e la pietra pomice per sbiancare i denti.
La cosmesi visse poi una lenta evoluzione, condizionata prima dalle essenze profumate provenienti dall’Oriente e dalle prime pratiche chimiche iniziate nel Medioevo.
Forte influenza ebbero gli Arabi, che facevano uso di cosmetici e cure igieniche molto raffinate. Si massaggiavano l’intero corpo con pasta di mandorle e altri oli prima del bagno e facevano uso sia di trucchi per il viso sia di tinture per i capelli, soprattutto l’hennè, tintura ottenuta dalla pianta Lawsonia inermis, che dona ai capelli un riflesso rosso.
I medici arabi erano esperti chimici. Uno di loro, Avicenna, fu tra i primi a tentare di distillare le essenze dai fiori. Riuscì a isolare l’aroma di rosa e produsse l’acqua di rosa, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo arabo.
Evoluzione della cosmesi
La distillazione dell’alcol fu inventata nell’Italia del Nord intorno al 1100 d.C. e, grazie a questa scoperta, l’estrazione dei principi attivi divenne più efficace.
La cosmesi ebbe un forte sviluppo nel XVI secolo: in Europa la richiesta di profumi portò presto, nel 1508, alla manifattura di profumi naturali da parte dei frati domenicani nel monastero di Santa Maria Novella a Firenze.
Più tardi, creme e aceti da toeletta furono prodotti e ampiamente utilizzati dalle dame delle corti toscane.
Con il crescere della ricchezza in Europa, le fiere internazionali lasciarono posto a mercati più permanenti, dove avveniva la vendita di profumi, spezie e sostanze aromatiche. Con il crescere del commercio, le corti reali d’Europa divennero ricche e influenti e avvenne un reciproco scambio tra le loro mode stravaganti.
L’ossido di ferro e talvolta il solfuro di mercurio erano usati per truccarsi di rosso, mentre il carbonato di piombo serviva come polvere per il viso e fondotinta. Verso la fine del secolo, molte grandi case avevano una stanza dedicata dove le dame preparavano da sé i propri cosmetici. La maggior parte delle persone teneva sacchetti di seta colorata o di lino in tasca o appesi alla cintura, profumati con petali di rosa mescolati a muschio, laudano, benzoino e calamo. Furono inoltre sviluppate molte ricette per sbiancare i denti e nascondere o curare i brufoli.
Fu nel XVII secolo che la medicina cominciò a occuparsi dei disturbi della pelle, dei denti e delle unghie, e non più solo di cosmetici decorativi. Vari paesi introdussero leggi che controllavano l’uso dei più comuni veleni. Durante la prima metà del secolo le donne utilizzavano i cosmetici apertamente e talvolta se li preparavano da sole. Il cerone, una pittura color carne o rosa pallido fatta con il piombo bianco, veniva utilizzato in abbondante spessore sulla pelle per coprire le rughe del viso e del collo. Il vermiglio veniva adoperato come rossetto. Occasionalmente le sopracciglia venivano scurite e una crema blu, marrone o grigia veniva utilizzata per decorare le palpebre superiori.
Si arriva così al XVIII secolo, periodo in cui, soprattutto alla corte francese, presero piede le creme fatte con vaniglia e cacao, le parrucche e i profumi particolarmente ricercati.
Cominciarono ad aprire le prime farmacie, che si diffusero rapidamente in tutta Europa: vendevano materie prime, oli vegetali e profumi. Successivamente, a Parigi e poi nel resto d’Europa, vennero aperti negozi dedicati esclusivamente alla vendita di profumi e preparati cosmetici.
Nel XIX secolo, con la rivoluzione industriale, e poi nel XX secolo, con lo sviluppo dell’industria chimica, si ebbe un vero e proprio ribaltamento delle usanze. Le materie prime divennero molto più varie e accessibili grazie ai mezzi di trasporto sempre più veloci. La chimica cominciò progressivamente a sostituire i componenti di origine vegetale con componenti di sintesi. La pubblicità fece il resto: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la cosmesi divenne un affare per le industrie e i loro prodotti sostituirono i preparati erboristici delle farmacie.
La cosmesi moderna
Negli ultimi anni si sta diffondendo una nuova mentalità, che mette al centro il rispetto per la natura e denuncia l’inquinamento causato dai componenti di sintesi chimica. Dopo la campagna per la detersione ecologica, oggi si parla sempre più di cosmesi ecologica, cioè che non inquina, e biologica, cioè che utilizza materie prime coltivate secondo i criteri dell’agricoltura biologica.
Quali sono i componenti chimici più diffusi e da evitare?
Ecco un breve ma significativo elenco.
Petrolatum, paraffinum liquidum, vaselina: derivati del petrolio, sostanze che producono uno strato impermeabile sulla pelle bloccando l’attività dei pori; interferiscono con l’azione disintossicante della pelle, promuovendo acne e invecchiamento precoce. Inoltre sono inquinanti.
Quasi tutti i composti che finiscono in -one, -thicone o -siloxane, in quanto siliconi o derivati: sono molto usati nella cosmesi industriale per la loro azione emolliente e si trovano nelle creme e nei balsami per capelli. Hanno sulla pelle un effetto occlusivo, cioè le impediscono di “respirare”. Inoltre non sono biodegradabili.
PEG e PPG: sostanze di derivazione petrolifera con funzione di aggregante tra la parte acquosa e quella grassa della crema. Sono classificate come non biodegradabili e tossiche per l’ambiente.
DEA, MEA, TEA, MIPA: molecole di sintesi usate come “aggiustatori del pH”, cioè convertono acidi in sali. Vengono usate nei detergenti e negli struccanti. Possono causare reazioni allergiche, problemi oculari, secchezza della pelle o dei capelli.
EDTA: sequestrante che reagisce formando complessi con ioni metallici che potrebbero alterare la stabilità o l’aspetto dei cosmetici. I residui di cosmetici che finiscono nelle acque possono contribuire all’aumento dei metalli presenti, con conseguente inquinamento.
Carbomer: stabilizzatore di emulsioni, derivato del petrolio e non biodegradabile. Può permanere per anni nell’ambiente entrando nella catena alimentare.
Parabeni: conservanti di sintesi chimica, oggetto di attenzione per i possibili effetti a livello endocrino.
Come possiamo riconoscere un prodotto cosmetico bio-ecologico?
Queste sostanze sono molto diffuse nei cosmetici e quasi tutte le grandi aziende di produzione le utilizzano, sia per la facilità di reperimento sia per ragioni di prezzo. Tuttavia, sulla confezione di ogni prodotto cosmetico deve comparire per legge l’INCI (International Nomenclature Cosmetic Ingredients), cioè l’elenco dei componenti, scritti in latino, ordinati da quello presente in maggiore quantità a quello presente in minore quantità. Con un piccolo sforzo e un po’ di pratica, chiunque può imparare a riconoscere queste sostanze ed essere in grado di distinguere un buon prodotto da uno di qualità scadente.
Ma quanto assorbe veramente la pelle di tutte queste sostanze?
La cute è uno strato compatto di cellule con la funzione di proteggere da tutto ciò che viene dall’esterno. In definitiva passa poco, ma qualcosa comunque può passare: basti pensare ai cerotti terapeutici ad uso locale diffusi negli ultimi anni, come cerotti a base di nicotina, cerotti che rilasciano ormoni per il trattamento della menopausa o cerotti antinfiammatori.
Le sostanze chimiche di sintesi e anche quelle di origine vegetale, applicate sulla pelle, specie se lipofile, possono penetrare in varia percentuale in relazione alla composizione chimica, al peso e alla grandezza molecolare e, attraverso il microcircolo e il sistema linfatico, entrare all’interno del corpo.
Sembra quindi che vengano assorbite soprattutto le molecole con basso peso molecolare, struttura flessibile e caratteristiche lipofile, cioè composte principalmente da grassi.
Se si usano oli e unguenti vegetali puri, in profondità passa ben poco, vista la loro composizione: le parti grasse nutrono la struttura lipofila della pelle, contribuendo al suo benessere ma rimanendo in superficie. Se invece si usano emulsioni con parti acquose, bisogna prestare più attenzione, perché la parte idrofila e gli emulsionanti permettono di frazionare la fase lipidica in molecole molto piccole, che possono permeare le lamelle cornee e gli spazi intercellulari ricchi di colesterolo e acidi grassi, mescolarsi al film idrolipidico di superficie e penetrare più a fondo tra i vari strati.
Per quanto riguarda la cosmesi, è quindi consigliabile non affidarsi alla sola pubblicità nella scelta di un prodotto. Anche una semplice saponetta o un detergente possono contenere tensioattivi, cioè sostanze capaci di togliere il grasso dalla pelle e legarlo all’acqua, che poi viene eliminata con il risciacquo. Se i tensioattivi sono prodotti con componenti di origine chimica, possono risultare aggressivi e non adatti a molti tipi di pelle. Se il prodotto lava troppo, significa che toglie spessore al film idrolipidico, lasciando la pelle impoverita e indifesa. Per alcuni tipi di pelle, soprattutto quelle secche e sensibili, questo può essere dannoso. È quindi importante conoscere il proprio tipo di pelle e scegliere prodotti seboaffini, capaci di rispettarne il delicato equilibrio.
I vari tipi di pelle
I tipi di pelle si dividono in tre grandi categorie, a cui si può aggiungere una considerazione specifica per la pelle maschile.
Pelle secca
Si presenta come un tessuto sottile e molto fitto, indurito al tatto. La pelle risulta opaca, ruvida e fragile. In superficie tende a desquamarsi in piccole e sottili scagliette più o meno visibili. Non è mai lucida e nelle zone più ricche di ghiandole sebacee non sono presenti né punti neri né pori dilatati.
Peggiora con il vento, i raggi solari, il clima secco e l’aria condizionata. Non tollera l’acqua e, dopo la pulizia con prodotti eccessivamente sgrassanti, “tira”, brucia e si desquama.
Per ripristinare il giusto equilibrio è essenziale ricorrere a prodotti detergenti delicati, che non alterino lo strato lipidico. Le creme dovranno avere una composizione ricca e ristrutturante.
Olio consigliato: mandorle, cocco, germe di grano, argan.
Oli essenziali consigliati: camomilla, geranio, gelsomino.
Pelle grassa
Si presenta lucida e untuosa nella zona centrale del viso, dove sono concentrate le ghiandole sebacee. È facilmente soggetta ad acne, dilatazione dei pori e punti neri; spesso la situazione è aggravata dall’accumulo di tossine, dovuto alla scarsa capacità di espellerle.
Lavarsi con detergenti aggressivi può peggiorare ulteriormente la condizione, perché, asportando una quantità eccessiva di sebo, si finisce per stimolarne ancora di più la produzione. In questo caso è indicato utilizzare detergenti e tonici contenenti piante adatte e creme povere di grassi, ma leggermente esfolianti.
Per togliere l’eccesso di grasso e lo sporco si possono usare oli seboaffini e poi rimuovere il tutto con una spugnetta vegetale: in questo modo si riesce a eliminare l’eccesso senza andare troppo in profondità e senza provocare danni.
Utile può essere una maschera di argilla bianca, da fare una o due volte alla settimana: l’argilla ha un effetto assorbente sull’eccesso di sebo e aiuta a restituire allo strato lipidico la sua normale funzionalità, regolarizzando anche il pH.
Olio consigliato: sesamo, bardana.
Oli essenziali consigliati: tea tree, geranio, limone.
Pelle mista
Si presenta lucida e untuosa nella zona centrale del viso, dove sono concentrate le ghiandole sebacee. È invece scarsa di sebo sulle guance e ai lati del viso, compresa la zona intorno agli occhi. Su mento, naso e fronte si notano comedoni, pori dilatati e pelle untuosa.
Il trattamento dovrà essere doppio: prodotti specifici per le zone grasse e prodotti più nutrienti per le zone secche.
Olio consigliato: jojoba.
Oli essenziali consigliati: lavanda, geranio.
Pelle maschile
La pelle maschile si distingue per alcune caratteristiche: è una pelle di natura più untuosa, resistente e spessa, con un sistema pilifero più sviluppato rispetto a quello femminile. La presenza di abbondanti ghiandole sebacee nella zona mediana del viso rende i pori più visibili, mettendo maggiormente in risalto eventuali impurità. La rasatura giornaliera, sia con sapone da barba sia con rasoio elettrico, può causare un’aggressione importante, fino a modificare le caratteristiche del film lipidico di superficie e rendere la pelle irritata e secca.