Nuovo libro di Federica Zanoni: Dalla febbre gastrointestinale al microbiota

Dalla febbre gastrointestinale al microbiota

Il nuovo libro di Federica Zanoni

Nuova edizione, nuovo titolo e ulteriori approfondimenti. Il testo, edito dall’Accademia G. Galilei e scritto da Federica Zanoni, docente della Scuola di Iridologia e Naturopatia, è stato pubblicato nel 2015 ed è oggi giunto alla sua seconda edizione.

Che argomenti tratta?

Dalla febbre gastrointestinale al microbiota. Naturopatia e benessere sottolinea l’importante legame tra febbre gastrointestinale e microbiota, evidenziando il ruolo della prima come concetto anticipatore rispetto al più moderno studio del microbiota.

La nuova edizione integra un capitolo interamente dedicato al microbiota, uno dei temi che negli ultimi anni sta suscitando maggiore interesse nella ricerca scientifica.

Sempre più studi stanno mettendo in evidenza l’influenza della flora batterica intestinale sull’intero organismo: dal sistema immunitario a quello cardiovascolare, dalla salute delle ossa ai valori glicemici, dall’equilibrio mentale al metabolismo.

Si tratta di concetti davvero nuovi? Non del tutto, soprattutto per chi ha studiato o approfondito seriamente il naturoigienismo e la naturopatia, pur riconoscendo gli importanti progressi compiuti dalla ricerca moderna.

Il libro affronta quindi, accanto alla teoria dell’equilibrio termico, anche il tema del microbiota, arricchendo la trattazione con riferimenti a ricerche nazionali e internazionali. Il percorso parte dalla storia e dai chiarimenti terminologici, per arrivare agli approcci orientati al riequilibrio, passando attraverso la conoscenza del microbiota umano e intestinale e del suo legame con diverse condizioni di squilibrio e patologie.

Sebbene Luigi Costacurta e Manuel Lezaeta Acharan non avessero utilizzato nei loro studi il termine “microbiota”, le loro osservazioni, analizzate nel testo, possono essere lette oggi come intuizioni anticipatrici: congestione viscerale, febbre gastrointestinale, squilibrio termico e disbiosi vengono infatti collegati a disturbi e disagi psicofisici, fino a possibili problematiche apparentemente non correlate all’area intestinale.

Qual è lo scopo di questo libro?

Lo scopo del testo è accompagnare il lettore verso una maggiore consapevolezza del proprio terreno individuale, approfondendo il tema della febbre gastrointestinale e del microbiota alterato anche attraverso la rivitalizzazione cutanea, il recupero della forza vitale e il principio della vis medicatrix naturae.

In questo contesto viene dato spazio anche ad alcune importanti valutazioni di carattere iridologico, con riferimento a studiosi come Costacurta, Jensen e Hauser, che hanno concentrato la propria attenzione sui segni iridologici relativi all’area riflessa gastrointestinale e sul rapporto tra intestino e salute.

Il libro si propone inoltre come un utile vademecum di consultazione per chi desidera intraprendere un percorso personale di trattamento e prevenzione partendo dal benessere gastrointestinale.

All’interno del testo viene offerta una panoramica sulle principali strategie naturali: dall’approccio alimentare più adeguato al supporto fito, gemmo e floriterapico, fino alle pratiche idrotermofangoterapiche, agli esercizi e ai movimenti terapeutici di ispirazione orientale.

L’obiettivo è stimolare il lettore a un ascolto più consapevole del proprio corpo, offrendo spunti e suggerimenti per una più attenta cura di sé. L’equilibrio dell’area gastrointestinale viene presentato come un elemento centrale per il benessere, la vitalità e la qualità della vita.

Come puoi avere questo libro?

Il testo è di grande rilevanza scientifica, ma accessibile a tutti. Può essere ordinato presso la segreteria dell’Accademia Nazionale di Scienze Igienistiche Naturali “G. Galilei”.

Per informazioni e ordini è possibile contattare la segreteria al numero 0461 985102 oppure scrivere a scuolanaturopatia@gmail.com.

Scopri il prezzo nella pagina dedicata alla raccolta dei libri.

I molteplici usi della Gramigna

A cura di Mirko Cattani

In antichità la gramigna comune era chiamata “grano selvatico” (Agropyrum), perché vagamente somigliante alle spighe del grano, ma a causa della sua natura altamente infestante lo danneggiava strisciando (repens) con il suo rizoma attraverso i campi.

Le proprietà della gramigna erano note sin dall’antichità. Dioscoride la consigliava nelle difficoltà di minzione, Plinio nei calcoli urinari e come potente diuretico.

Informazioni botaniche

La gramigna (Elytrigia repens (L.) o anche Agropyron repens (L.)) è una specie erbacea perenne e latifoglia appartenente alla famiglia delle Poaceae e al genere Elytrigia, molto comune nella maggior parte dell’Italia, Europa, Africa ed Asia.

Nota anche come dente canino, per le sue proprietà terapeutiche è conosciuta anche come gramigna dei medici.

Alcuni altri suoi sinonimi sono: Triticum repens, Agropyron repens, Agropyron caesium, Agropyron leersianum, Elymus repens, Triticum glaucum.

I nomi italiani con cui comunemente viene chiamata sono: gramigna comune, gramaccia, gramiccia, dente canino.

Gramigna

La pianta è caratterizzata dai fiori riuniti in spighe. Hanno perianzio ridotto a 2, di rado 3, squame, 3 stami, raramente 1 o più di 3; un unico carpello con 2 stimmi e 1 ovulo. Le spighe sono lunghe tra i 10 e i 30 cm, con spighette lunghe 1-2 cm e larghe 5-7 mm e di circa 3 mm di spessore. Le glume sono lunghe 7-12 mm, di solito senza barba o con una breve.

Possiede lunghi e bianchi rizomi che le permettono di crescere rapidamente in tutto il pascolo o nell’orto grazie agli stoloni a filo di terra.

Gli steli crescono di 40-150 cm di altezza; le foglie sono lineari, lunghe tra i 15 e i 40 cm e larghe 3-10 mm alla base, mentre le foglie più alte sugli steli sono tra i 2 e gli 8 mm di larghezza.

Il frutto è un racario con cariosside ellissoide, lunga 5 mm, liscia, non solcata. I frutti sono riuniti in spighette di 5-7 elementi.

Principi attivi e composizione

L’erba contiene polisaccaridi come triticina, inositolo, mannitolo e mucillagini, oltre a un olio essenziale.

I rizomi striscianti, comunemente chiamati stoloni, costituiscono la droga di questa pianta e contengono un poliosio derivato del fruttosio, denominato tricitina, responsabile della spiccata azione diuretica della pianta.

Un altro composto, l’agropirene, presente in discreta quantità nella gramigna, esplica una marcata azione antisettica e antinfiammatoria sui reni e sulle vie urinarie.

Per queste sue proprietà, l’azione terapeutica della gramigna può portare beneficio in caso di:

È inoltre indicata contro la cellulite, gli edemi e l’ipertensione, perché determina, nella maggior parte dei soggetti ipertesi trattati, una diminuzione della pressione sia massima che minima. Come drenante epato-biliare è consigliata nelle cure disintossicanti.

Cosa possiamo fare con la Gramigna

La parte utilizzata (droga) della pianta sono rizomi e radici.

Gramigna in erboristeria

Come accennato, grazie alle proprietà diuretiche e depurative di cui è dotata, la gramigna può essere impiegata in caso di infezioni del tratto urinario e per la prevenzione dei calcoli renali e della vescica. In questo modo si sfrutta l’attività dilavante esercitata dalle urine, favorendo la risoluzione delle infezioni e prevenendo la formazione di calcoli.

Per il trattamento dei suddetti disturbi, la gramigna può essere assunta sotto forma di diverse tipologie di preparazioni per uso interno.

Ad esempio, quando la gramigna è impiegata sotto forma di estratto liquido 1:1, generalmente si consiglia l’assunzione di circa 4-8 ml di prodotto tre volte al giorno.

Quando invece la gramigna è utilizzata sotto forma di tintura 1:5, la dose abitualmente consigliata è di circa 5-10 ml di prodotto, da assumere tre volte al giorno.

Infine, quando la gramigna è assunta sotto forma di infuso, si consiglia di preparare la bevanda immergendo 3-5 grammi di droga in una tazza di acqua bollente. Tuttavia, è bene precisare che di solito si preferisce evitare l’uso di infusi o decotti per scopi terapeutici, poiché non permettono di stabilire con esattezza la quantità di sostanze attive assunte, con conseguente aumento del rischio di insuccesso terapeutico.

Quando la gramigna viene utilizzata a fini terapeutici, è essenziale utilizzare preparazioni definite e standardizzate in principi attivi, poiché solo così si può conoscere la quantità esatta di sostanze farmacologicamente attive che si stanno assumendo.

Quando si utilizzano preparazioni a base di gramigna, le dosi di prodotto da assumere possono variare in funzione della quantità di sostanze attive contenuta. Tale quantità, solitamente, è riportata direttamente dall’azienda produttrice sulla confezione o sul foglietto illustrativo del prodotto. È quindi molto importante seguire le indicazioni fornite.

In qualsiasi caso, prima di assumere per fini terapeutici un qualsiasi tipo di preparazione contenente gramigna, è bene rivolgersi preventivamente al proprio medico.

Gramigna nella medicina popolare e in omeopatia

Le proprietà diuretiche e depurative della gramigna sono ben conosciute anche nella medicina popolare, che utilizza la pianta per il trattamento di cistiti e calcoli renali, ma non solo. La gramigna trova impiego nella medicina tradizionale anche per il trattamento di gotta, dolori reumatici e affezioni cutanee, oltre a essere usata come rimedio lenitivo in caso di tosse, grazie all’azione svolta dalle mucillagini in essa contenute.

La gramigna trova impiego anche in ambito omeopatico, dove la si può trovare sotto forma di tintura madre, granuli e gocce orali.

Infuso di gramigna

La pianta viene usata dalla medicina omeopatica in caso di infezioni delle vie urinarie, cistiti, disuria e perfino come rimedio contro la gonorrea.

La quantità di rimedio omeopatico da assumere può variare da individuo a individuo, anche in funzione del tipo di disturbo da trattare e del tipo di preparazione e diluizione omeopatica utilizzata.

Le applicazioni della gramigna per il trattamento dei suddetti disturbi non sono né approvate né supportate da opportune verifiche sperimentali, oppure non le hanno superate. Per questo motivo potrebbero essere prive di efficacia terapeutica in alcune persone.

Come assumere la Gramigna

Tisana: in mezzo litro di acqua bollente lasciare in infusione due cucchiai di polvere di radice per almeno 10 minuti, filtrare e bere 2 tazze al giorno, lontano dai pasti.

Decotto: bollire per 10 minuti 5-10 g di droga per tazza d’acqua; berne più di 2 tazze al giorno.

Tintura madre: preparata dai rizomi freschi, tit. alcol. 65°, XL gtt 3 volte al giorno.

Curiosità

L’Elytrigia repens è stata utilizzata in fitoterapia già nella Grecia classica.

Gramigna

I cani ammalati sono noti per dissotterrarne e mangiarne le radici, mentre gli erboristi medioevali la usavano per il trattamento delle infiammazioni della vescica, della minzione dolorosa e della ritenzione idrica. Viene tuttora impiegata come diuretico in diversi paesi del mondo.

I suoi rizomi essiccati venivano spezzati e utilizzati come incenso durante il Medioevo in Nord Europa, dove altri tipi di resine a base di incenso non erano disponibili.

In passato la gramigna veniva utilizzata per ammorbidire i terreni, perché le sue potenti radici riuscivano a frantumare sassi e pietre.

È sempre consigliato prestare attenzione all’uso della gramigna in caso di nefriti, squilibri idroelettrolitici o ipersensibilità accertata verso uno o più componenti.

Inoltre, l’utilizzo della gramigna è controindicato in pazienti che presentano edema causato da insufficienze cardiache e/o renali.

Bibliografia

  1. http:///www.actaplantarum.org/flora/flora_info
  2. http://amazing-nature.com/info/1124.htm
  3. http://it.wikipedia.org
  4. Maugini E., Malenci Bini L. e Mariotti Lippi M. (2006): Manuale di Botanica Farmaceutica, VIII Edizione, Piccin Nuova Libreria S.p.A., Padova.
  5. Cattabiani A. (1996): Florario, miti leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori Editore S.p.A., Milano.
  6. Erik Gotfredsen: Liber Herbarum II, http://www.liberherbarum.com

La cosmesi Bio-Ecologica

A cura di Claudia Trotter

Cos’è la cosmesi bio-ecologica?

Al giorno d’oggi siamo sommersi dai prodotti cosmetici: ne esistono per ogni esigenza, per la pelle giovane soggetta a impurità, per la pelle matura, secca, grassa, per la couperose, per le esigenze maschili, come creme dopobarba, creme viso e profumi, fino alle creme dimagranti e ai prodotti per il make-up come fondotinta, rossetti e mascara. Tuttavia, difficilmente ci si chiede da cosa siano realmente composti: siamo bombardati dalla pubblicità e questo aspetto passa spesso in secondo piano.

Quando nasce la cosmesi?

La cosmesi nell’antichità

Erboristeria

Le prime tracce di pratiche cosmetiche risalgono all’Antico Egitto, dove le donne si dipingevano la linea inferiore dell’occhio di verde con la malachite, una pittura a base di carbonato di rame, e le palpebre, ciglia e sopracciglia di nero con il carbone. Le guance e le labbra venivano colorate con rosso ocra, ottenuto dall’ossido di ferro rosso. Era frequente anche l’uso di unguenti e oli aromatici per mantenere morbida e idratata la pelle e proteggerla dal sole e dal caldo secco. Nota a tutti, poi, l’usanza di Cleopatra di fare il bagno nel latte di asina o capra, perché si credeva rendesse la pelle particolarmente liscia e lucente.

Anche gli Antichi Greci facevano uso di pratiche cosmetiche: le donne erano solite fare un bagno alla lavanda, per poi massaggiare il corpo con oli e unguenti profumati. Usavano poi dipingersi il viso di rosa e bianco: il bianco era ottenuto dalla polvere di piombo bianco, mentre il rosa era fatto di vermiglio e altre sostanze vegetali. Si lavavano i capelli con speciali unguenti che li rendevano biondi.

Nell’Antica Roma, in epoca imperiale, si faceva uso di cosmetici per abbellire il corpo e correggere i difetti: gli appartenenti alle classi più ricche si dipingevano nei artificiali, si truccavano gli occhi con il carbone, si depilavano e si facevano maschere di bellezza usando piante e infusi vari. Utilizzavano la farina d’orzo e il burro per curare i brufoli e la pietra pomice per sbiancare i denti.

La cosmesi visse poi una lenta evoluzione, condizionata prima dalle essenze profumate provenienti dall’Oriente e dalle prime pratiche chimiche iniziate nel Medioevo.

Forte influenza ebbero gli Arabi, che facevano uso di cosmetici e cure igieniche molto raffinate. Si massaggiavano l’intero corpo con pasta di mandorle e altri oli prima del bagno e facevano uso sia di trucchi per il viso sia di tinture per i capelli, soprattutto l’hennè, tintura ottenuta dalla pianta Lawsonia inermis, che dona ai capelli un riflesso rosso.

I medici arabi erano esperti chimici. Uno di loro, Avicenna, fu tra i primi a tentare di distillare le essenze dai fiori. Riuscì a isolare l’aroma di rosa e produsse l’acqua di rosa, che si diffuse rapidamente in tutto il mondo arabo.

Evoluzione della cosmesi

La distillazione dell’alcol fu inventata nell’Italia del Nord intorno al 1100 d.C. e, grazie a questa scoperta, l’estrazione dei principi attivi divenne più efficace.

La cosmesi ebbe un forte sviluppo nel XVI secolo: in Europa la richiesta di profumi portò presto, nel 1508, alla manifattura di profumi naturali da parte dei frati domenicani nel monastero di Santa Maria Novella a Firenze.

Più tardi, creme e aceti da toeletta furono prodotti e ampiamente utilizzati dalle dame delle corti toscane.

Con il crescere della ricchezza in Europa, le fiere internazionali lasciarono posto a mercati più permanenti, dove avveniva la vendita di profumi, spezie e sostanze aromatiche. Con il crescere del commercio, le corti reali d’Europa divennero ricche e influenti e avvenne un reciproco scambio tra le loro mode stravaganti.

L’ossido di ferro e talvolta il solfuro di mercurio erano usati per truccarsi di rosso, mentre il carbonato di piombo serviva come polvere per il viso e fondotinta. Verso la fine del secolo, molte grandi case avevano una stanza dedicata dove le dame preparavano da sé i propri cosmetici. La maggior parte delle persone teneva sacchetti di seta colorata o di lino in tasca o appesi alla cintura, profumati con petali di rosa mescolati a muschio, laudano, benzoino e calamo. Furono inoltre sviluppate molte ricette per sbiancare i denti e nascondere o curare i brufoli.

Fu nel XVII secolo che la medicina cominciò a occuparsi dei disturbi della pelle, dei denti e delle unghie, e non più solo di cosmetici decorativi. Vari paesi introdussero leggi che controllavano l’uso dei più comuni veleni. Durante la prima metà del secolo le donne utilizzavano i cosmetici apertamente e talvolta se li preparavano da sole. Il cerone, una pittura color carne o rosa pallido fatta con il piombo bianco, veniva utilizzato in abbondante spessore sulla pelle per coprire le rughe del viso e del collo. Il vermiglio veniva adoperato come rossetto. Occasionalmente le sopracciglia venivano scurite e una crema blu, marrone o grigia veniva utilizzata per decorare le palpebre superiori.

Si arriva così al XVIII secolo, periodo in cui, soprattutto alla corte francese, presero piede le creme fatte con vaniglia e cacao, le parrucche e i profumi particolarmente ricercati.

Cominciarono ad aprire le prime farmacie, che si diffusero rapidamente in tutta Europa: vendevano materie prime, oli vegetali e profumi. Successivamente, a Parigi e poi nel resto d’Europa, vennero aperti negozi dedicati esclusivamente alla vendita di profumi e preparati cosmetici.

Nel XIX secolo, con la rivoluzione industriale, e poi nel XX secolo, con lo sviluppo dell’industria chimica, si ebbe un vero e proprio ribaltamento delle usanze. Le materie prime divennero molto più varie e accessibili grazie ai mezzi di trasporto sempre più veloci. La chimica cominciò progressivamente a sostituire i componenti di origine vegetale con componenti di sintesi. La pubblicità fece il resto: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la cosmesi divenne un affare per le industrie e i loro prodotti sostituirono i preparati erboristici delle farmacie.

La cosmesi moderna

Negli ultimi anni si sta diffondendo una nuova mentalità, che mette al centro il rispetto per la natura e denuncia l’inquinamento causato dai componenti di sintesi chimica. Dopo la campagna per la detersione ecologica, oggi si parla sempre più di cosmesi ecologica, cioè che non inquina, e biologica, cioè che utilizza materie prime coltivate secondo i criteri dell’agricoltura biologica.

Quali sono i componenti chimici più diffusi e da evitare?

Make-up

Ecco un breve ma significativo elenco.

Come possiamo riconoscere un prodotto cosmetico bio-ecologico?

Queste sostanze sono molto diffuse nei cosmetici e quasi tutte le grandi aziende di produzione le utilizzano, sia per la facilità di reperimento sia per ragioni di prezzo. Tuttavia, sulla confezione di ogni prodotto cosmetico deve comparire per legge l’INCI (International Nomenclature Cosmetic Ingredients), cioè l’elenco dei componenti, scritti in latino, ordinati da quello presente in maggiore quantità a quello presente in minore quantità. Con un piccolo sforzo e un po’ di pratica, chiunque può imparare a riconoscere queste sostanze ed essere in grado di distinguere un buon prodotto da uno di qualità scadente.

Ma quanto assorbe veramente la pelle di tutte queste sostanze?

Cosmesi naturale

La cute è uno strato compatto di cellule con la funzione di proteggere da tutto ciò che viene dall’esterno. In definitiva passa poco, ma qualcosa comunque può passare: basti pensare ai cerotti terapeutici ad uso locale diffusi negli ultimi anni, come cerotti a base di nicotina, cerotti che rilasciano ormoni per il trattamento della menopausa o cerotti antinfiammatori.

Le sostanze chimiche di sintesi e anche quelle di origine vegetale, applicate sulla pelle, specie se lipofile, possono penetrare in varia percentuale in relazione alla composizione chimica, al peso e alla grandezza molecolare e, attraverso il microcircolo e il sistema linfatico, entrare all’interno del corpo.

Sembra quindi che vengano assorbite soprattutto le molecole con basso peso molecolare, struttura flessibile e caratteristiche lipofile, cioè composte principalmente da grassi.

Se si usano oli e unguenti vegetali puri, in profondità passa ben poco, vista la loro composizione: le parti grasse nutrono la struttura lipofila della pelle, contribuendo al suo benessere ma rimanendo in superficie. Se invece si usano emulsioni con parti acquose, bisogna prestare più attenzione, perché la parte idrofila e gli emulsionanti permettono di frazionare la fase lipidica in molecole molto piccole, che possono permeare le lamelle cornee e gli spazi intercellulari ricchi di colesterolo e acidi grassi, mescolarsi al film idrolipidico di superficie e penetrare più a fondo tra i vari strati.

Per quanto riguarda la cosmesi, è quindi consigliabile non affidarsi alla sola pubblicità nella scelta di un prodotto. Anche una semplice saponetta o un detergente possono contenere tensioattivi, cioè sostanze capaci di togliere il grasso dalla pelle e legarlo all’acqua, che poi viene eliminata con il risciacquo. Se i tensioattivi sono prodotti con componenti di origine chimica, possono risultare aggressivi e non adatti a molti tipi di pelle. Se il prodotto lava troppo, significa che toglie spessore al film idrolipidico, lasciando la pelle impoverita e indifesa. Per alcuni tipi di pelle, soprattutto quelle secche e sensibili, questo può essere dannoso. È quindi importante conoscere il proprio tipo di pelle e scegliere prodotti seboaffini, capaci di rispettarne il delicato equilibrio.

I vari tipi di pelle

I tipi di pelle si dividono in tre grandi categorie, a cui si può aggiungere una considerazione specifica per la pelle maschile.

Pelle secca

Oli naturali

Si presenta come un tessuto sottile e molto fitto, indurito al tatto. La pelle risulta opaca, ruvida e fragile. In superficie tende a desquamarsi in piccole e sottili scagliette più o meno visibili. Non è mai lucida e nelle zone più ricche di ghiandole sebacee non sono presenti né punti neri né pori dilatati.

Peggiora con il vento, i raggi solari, il clima secco e l’aria condizionata. Non tollera l’acqua e, dopo la pulizia con prodotti eccessivamente sgrassanti, “tira”, brucia e si desquama.

Per ripristinare il giusto equilibrio è essenziale ricorrere a prodotti detergenti delicati, che non alterino lo strato lipidico. Le creme dovranno avere una composizione ricca e ristrutturante.

Olio consigliato: mandorle, cocco, germe di grano, argan.

Oli essenziali consigliati: camomilla, geranio, gelsomino.

Pelle grassa

Si presenta lucida e untuosa nella zona centrale del viso, dove sono concentrate le ghiandole sebacee. È facilmente soggetta ad acne, dilatazione dei pori e punti neri; spesso la situazione è aggravata dall’accumulo di tossine, dovuto alla scarsa capacità di espellerle.

Lavarsi con detergenti aggressivi può peggiorare ulteriormente la condizione, perché, asportando una quantità eccessiva di sebo, si finisce per stimolarne ancora di più la produzione. In questo caso è indicato utilizzare detergenti e tonici contenenti piante adatte e creme povere di grassi, ma leggermente esfolianti.

Per togliere l’eccesso di grasso e lo sporco si possono usare oli seboaffini e poi rimuovere il tutto con una spugnetta vegetale: in questo modo si riesce a eliminare l’eccesso senza andare troppo in profondità e senza provocare danni.

Utile può essere una maschera di argilla bianca, da fare una o due volte alla settimana: l’argilla ha un effetto assorbente sull’eccesso di sebo e aiuta a restituire allo strato lipidico la sua normale funzionalità, regolarizzando anche il pH.

Olio consigliato: sesamo, bardana.

Oli essenziali consigliati: tea tree, geranio, limone.

Pelle mista

Si presenta lucida e untuosa nella zona centrale del viso, dove sono concentrate le ghiandole sebacee. È invece scarsa di sebo sulle guance e ai lati del viso, compresa la zona intorno agli occhi. Su mento, naso e fronte si notano comedoni, pori dilatati e pelle untuosa.

Il trattamento dovrà essere doppio: prodotti specifici per le zone grasse e prodotti più nutrienti per le zone secche.

Olio consigliato: jojoba.

Oli essenziali consigliati: lavanda, geranio.

Pelle maschile

La pelle maschile si distingue per alcune caratteristiche: è una pelle di natura più untuosa, resistente e spessa, con un sistema pilifero più sviluppato rispetto a quello femminile. La presenza di abbondanti ghiandole sebacee nella zona mediana del viso rende i pori più visibili, mettendo maggiormente in risalto eventuali impurità. La rasatura giornaliera, sia con sapone da barba sia con rasoio elettrico, può causare un’aggressione importante, fino a modificare le caratteristiche del film lipidico di superficie e rendere la pelle irritata e secca.

Olio consigliato: mandorle, karité.

Bibliografia

Argilla ed oli essenziali

Una sinergia efficace

A cura di Cristian Testa

L’argilla è un rimedio importante che possiede proprietà curative notevoli. È pertanto considerata uno strumento insostituibile del naturoigienismo. Gli effetti osmotico e drenante dell’argilla, associati alle sue caratteristiche antinfiammatorie, permettono risultati interessanti sia a livello osteoarticolare sia addominale.

Come possiamo utilizzare l’argilla?

Oli essenziali

L’argilla è anche un ottimo veicolo per gli oli essenziali, in quanto presenta buone capacità emulsionanti e un buon profilo di assorbimento. Essendo inoltre il contatto tra pelle e olio prolungato, il rilascio del fitocomplesso risulta graduale ed efficace. Un altro vantaggio è l’applicazione locale, poiché l’olio viene assorbito in regioni selezionate del corpo, migliorandone l’azione.

Per quali problematiche è utile l’argilla?

Particolarmente interessante è l’approccio curativo dell’argilla medicata nei confronti della febbre gastrointestinale. Tale condizione viene descritta come manifestazione di un dismicrobismo intestinale, in cui la presenza di batteri anomali o patogeni intestinali, come salmonella, shigelle, candida e campylobacter, può essere un riscontro comune.

La qualità del cibo industriale e l’uso indiscriminato di antibiotici in zootecnia hanno contribuito alla diffusione di batteri nella catena alimentare e alla loro resistenza agli antibiotici. Questi batteri possono generare fermentazioni e metaboliti tossici, favorendo infiammazione intestinale, congestione linfatica e circolatoria, con il rischio di instaurare una condizione cronica nel tempo.

Come utilizzare gli oli essenziali con l’argilla?

Gli oli essenziali possono rappresentare un supporto interessante per la pulizia dell’intestino. L’utilizzo appropriato delle essenze permette di contrastare diversi batteri patogeni intestinali; tuttavia, poiché l’uso interno degli oli essenziali richiede cautela, l’applicazione dell’impacco di argilla medicata può risultare un sistema più sicuro e allo stesso tempo efficace.

La preparazione dell’argilla medicata è inoltre a basso costo e il suo utilizzo è generalmente ben tollerato anche dai bambini e dai soggetti più sensibili.

Quali oli essenziali possiamo utilizzare con l’argilla?

Oli essenziali come salvia, basilico, rosmarino, limone e menta presentano proprietà antimicrobiche, ma anche antinfiammatorie, depurative e stimolanti. Cinque o sei gocce di questi composti possono essere sufficienti per conferire a un impacco di argilla una duplice azione.

Gli oli essenziali più adatti a noi

Con un po’ di esperienza è possibile creare delle sinergie curative, associando l’uso empirico del rimedio all’uso dell’essenza più adatta al terreno della persona.

Ogni individuo presenta caratteristiche endocrine e vagotoniche specifiche, e l’olio di terreno è quello in grado di modulare e regolare gli aspetti costituzionali individuali. Per esempio, una persona con prevalenza simpatico-tonica potrà trarre beneficio dall’utilizzo dell’olio essenziale di lavanda, ad azione inibitoria sul sistema nervoso simpatico. Allo stesso modo, un individuo pletorico potrà beneficiare dell’olio essenziale di limone, ad azione fluidificante e antiaggregante sul sangue.

Argilla e oli essenziali per la febbre gastrointestinale

Aromaterapia

Alla luce di questo, la febbre gastrointestinale viene considerata una condizione che si somma a un tipo costituzionale preesistente. L’argilla medicata può quindi essere utilizzata sia per intervenire sulla febbre gastrointestinale sia per favorire il riequilibrio costituzionale. Un utilizzo personalizzato dell’argilla può prevedere l’associazione con diversi oli essenziali, al fine di ottenere un effetto potenziato.

L’organo a contatto con l’impacco è la pelle, un sistema complesso, ricco di terminazioni nervose e fondamentale nella modulazione immunitaria. Trattare la pelle significa portare all’organismo informazioni di diversa natura: termiche, osmotiche, chimiche e immunitarie. La durata dell’applicazione dell’argilla offre all’organismo il tempo necessario per integrare ed elaborare queste informazioni.

Affinando le proprie conoscenze in questa particolare tecnica di aromaterapia, il naturopata può sostenere con maggiore efficacia la forza guaritrice della natura presente in ogni organismo.

È però importante non pensare che gli oli veicolati dall’argilla, da soli, possano riportare l’individuo a uno stato di piena salute. È fondamentale associare all’uso degli oli essenziali, così come di qualsiasi preparato erboristico od omeopatico, uno stile di vita adatto alle proprie condizioni: cibo, acqua ed esercizio fisico restano determinanti fondamentali per la salute.

Fiori di Bach in primavera

A cura di Lucia Costacurta

Quando nel 1936 morì, il dott. Bach non immaginava che, a distanza di quasi un secolo, il suo metodo di cura avrebbe avuto tanta diffusione. Per tutto il Novecento non se ne è parlato molto, ma il nuovo secolo e l’interesse per le medicine naturali hanno fortunatamente portato alla ribalta il suo lavoro, che si rivela utile per l’umanità, esattamente come lui desiderava.

Come preparava Bach i suoi fiori?

Fiori di Bach

La primavera per Bach era la stagione della raccolta: già settimane prima della fioritura individuava le piante da raccogliere tra le più rigogliose della specie e, al momento della fioritura, coglieva i fiori migliori da piante diverse.

Per la preparazione usava una terrina di vetro trasparente riempita d’acqua di fonte e sulla superficie dell’acqua depositava tutti i fiori raccolti, in modo da farli galleggiare. Il recipiente così riempito rimaneva esposto al sole per quattro ore, così da permettere ai raggi di colpire i petali dei fiori e, oltrepassandoli, di imprimere nell’acqua le vibrazioni dei fiori.

Con questo semplice metodo, detto solarizzazione, l’impronta energetica dei fiori di quella specie veniva trasmessa all’acqua, che così la concentrava, la fissava e ne conservava memoria.

In questi semplici gesti sta il genio di Edward Bach che, senza avere conoscenze di fisica né di campi magnetici, ha intuito come caricare l’acqua di una particolare vibrazione che si rivela poi essere terapeutica.

In questo modo il sole funge da trasmettitore e l’acqua si comporta da ricevente di quella particolare lunghezza d’onda determinata dal fiore stesso: le onde dei raggi solari passano attraverso i petali dei fiori, acquistano la lunghezza d’onda caratteristica del fiore e la trasmettono all’acqua, che così si polarizza.

Perché Bach ha scelto questi fiori?

Bach flowers

Il metodo di preparazione è conseguente anche a un altro talento che Bach ha saputo sviluppare: l’empatia con l’ambiente dei fiori nella flora del Galles e la capacità di sintonizzarsi con i fiori stessi.

Solo 38 fiori sono stati scelti per far parte del gruppo terapeutico: la sua sensibilità lo ha fatto avvicinare a quelli che, secondo la loro vibrazione, erano in grado di riequilibrare le emozioni umane.

Bach ne preparò prima dodici, chiamandoli “i dodici guaritori”; in seguito ne accostò altri sette, detti “gli aiutanti”, e infine completò il gruppo con i “diciannove spiritualizzanti”. Con questi ultimi considerò di aver completato la sua opera su questa terra, lasciando in eredità questo strumento di cura per l’umanità. L’anno successivo morì, affidando alla sua segretaria Nora Weeks il compito di amministrare e diffondere le sue opere.

Ho scelto alcuni fiori che possono essere utili nel risveglio primaverile.

Crab Apple

Crab Apple

È il fiore della purificazione, sia a livello fisico sia a livello psichico. Può aiutare a eliminare le tossine che il corpo ha accumulato durante l’inverno e ad alleggerirlo per affrontare la primavera.

Le tossine psichiche, invece, non hanno un carattere specificamente stagionale: il fiore si usa quando si manifesta il desiderio di elevarsi o innalzarsi spiritualmente, di purificare l’anima.

Crab Apple è infatti un fiore di colore bianco, simbolo della purezza.

Clematis

Clematis

Questo fiore è adatto alle persone che hanno la testa sulle nuvole, molto teoriche e poco pratiche, e può aiutare a riportarle con i piedi per terra, favorendo maggiore concretezza.

Sono sintomi caratteristici delle situazioni primaverili con stanchezza, svenimenti da ipotensione, difficoltà a mettersi in moto al mattino, astenia ed esaurimento energetico.

La pianta ha steli sottili e legnosi che non sono in grado di reggersi da soli, ma hanno bisogno di un sostegno per aggrapparsi: questa è la simbologia del fiore. In inverno la pianta sembra morta, ma con la primavera trova la forza di germogliare e risorgere.

Olive

Olive

È indicato per la stanchezza fisica e mentale, per l’esaurimento di tutte le energie del corpo e per riprendersi nelle convalescenze dopo malattie debilitanti.

Anche in questa pianta la simbologia è chiara: i tronchi legnosi sembrano morti, ma la chioma è verde e viva.

I tronchi degli ulivi spesso sono cavi e vuoti: sembrano raccogliere luce dall’alto e incanalarla in profondità verso le radici, per dare energia vitale alla pianta.

Beech

Beech

Il faggio è una pianta ad alto fusto che vive in boschi composti prevalentemente da piante della stessa specie.

I boschi di faggi non danno spazio ad altre specie vegetali e nemmeno permettono il sottobosco di felci e arbusti, che invece i boschi di conifere consentono. È proprio questo l’atteggiamento di intolleranza del soggetto Beech.

L’intolleranza e il criticismo si manifestano nei confronti di persone, cose, situazioni e ambienti, ma anche verso piccole particelle microscopiche come pollini, muffe e lieviti. Questo è il motivo del suo utilizzo in primavera, quando compaiono le allergie stagionali e il sistema immunitario non tollera l’invasione di sostanze che cataloga come estranee.

L’essenza dona elasticità, duttilità e accettazione.

Walnut

Walnut

È il fiore del cambiamento, sia esso già avvenuto oppure ancora da avvenire. Può essere assunto in prevenzione di un cambiamento oppure successivamente a un cambiamento non ancora accettato, che comporta perdita di energia e disequilibrio.

Il cambio di stagione è un passaggio che molti organismi non sopportano facilmente e l’essenza va presa con largo anticipo. Questo fiore può essere utile anche per adattarsi al cambio dell’ora legale in primavera e in autunno.

Wild Rose

Wild Rose

È ideale per l’apatia, per quelle persone che non hanno più voglia di fare, partecipare o impegnarsi, perché hanno esaurito le proprie forze. Sono persone stanche, il cui corpo non riesce a risvegliarsi dalla notte dell’inverno e non si apre alle energie nuove della primavera.

I motori non si riaccendono e non c’è nessuna vitalità nuova, né gioia per le novità della nuova stagione.

Da ultimo, voglio ricordare le parole che il dottor Bach scriveva nella sua opera:

“Non ci può essere nessuna guarigione senza la pace dell’anima e un sano desiderio di vivere.”

Dalle gemme vegetali un aiuto per la depurazione, la vitalità, la bellezza

A cura della docente Federica Zanoni

Questo è l’accattivante titolo della coinvolgente relazione di Dino Bortoluzzi, docente di Gemmoterapia presso l’Accademia G. Galilei.

Attraverso la sua grande esperienza e la sua ampia competenza, Bortoluzzi ha illustrato i gemmoderivati più indicati in questa stagione, descrivendone le molteplici e preziose potenzialità e virtù.

Sono stati presentati, in maniera appassionata e meticolosa, i benefici del trattamento gemmoterapico dal punto di vista della depurazione e del drenaggio organico in questa particolare fase dell’anno. Tra le piante più interessanti emergono la Betulla e la Quercia, note per la loro azione depurativa e tonica.

La Betulla

Betulla

Da sottolineare, in particolare, le gemme di Betula pubescens, considerate maggiormente “rimineralizzanti” rispetto alle gemme di Betula verrucosa.

Altrettanto indiscusse, e rimarcate da Bortoluzzi, sono le potenzialità anti-reumatiche e anti-artrosiche della linfa di betulla, grazie alla sua potente azione disintossicante.

La Quercia

Quercia

Ugualmente depurativi sono gli estratti di gemme di quercia (Quercus peduncolata), che uniscono a questa virtù anche un’azione spiccatamente tonica.

Per questo motivo la quercia può essere considerata utile per chi soffre di pressione bassa, ma necessita comunque di un efficace intervento depurativo.

Il Rosmarino

Rosmarino

Un’altra pianta nota a tutti e indicata nella relazione è il Rosmarinus officinalis, il rosmarino. Si tratta di un arbusto dalle numerose proprietà, tra le quali spicca quella coleretica, cioè di stimolazione del flusso biliare, particolarmente importante a livello epatico.

Questa azione si manifesta sia utilizzando foglie e rami fioriti, sia, in misura ancora maggiore, impiegando i giovani germogli. Sono proprio questi ultimi, infatti, a esercitare una stimolazione più evidente e intensa sul flusso della bile rispetto alle foglie adulte.

Il rosmarino gemmoderivato svolge quindi la sua principale azione drenante a livello del fegato, organo tradizionalmente associato alla primavera.

È considerato un rimedio cardine nelle piccole e medie epatopatie, ma non solo. Anche chi soffre di problematiche della microcircolazione, come mani e piedi freddi, può trarre beneficio da questo rimedio. Proprio per questa azione sulla microcircolazione, viene inoltre indicato anche nei casi di perdita di capelli.

Si tratta inoltre di un gemmoderivato con azione spiccatamente tonica a livello del sistema nervoso centrale.

Se sotto forma di olio essenziale o di tintura madre il rosmarino può risultare controindicato per chi soffre di pressione alta, come gemmoderivato non presenta lo stesso inconveniente. Resta comunque un rimedio particolarmente consigliabile, per le sue virtù toniche, alle persone che soffrono di ipotensione.

Il Fico

Fico

Una importante associazione tra gemmoderivati, indicata da Bortoluzzi, è quella tra rosmarino e fico (Ficus carica).

Questa combinazione permette di ottenere trattamenti completi ed efficaci. Il rosmarino agisce soprattutto a livello del fegato, dei reni e della microcircolazione, mentre il fico svolge la sua azione principalmente a livello dello stomaco, nelle difficoltà digestive, nelle gastriti e nelle ulcere, oltre che sul sistema neurovegetativo.

Si tratta quindi di azioni vantaggiosamente complementari, che interessano più organi e sistemi e riguardano problematiche particolarmente evidenti durante la stagione primaverile.

Sempre a proposito del gemmoderivato di fico, l’assunzione può dare luogo a effetti particolarmente marcati nei soggetti sensibili, proprio per la sua grande efficacia e potenzialità d’azione. Per questo motivo è indicato un utilizzo oculato ed eventualmente graduale.

L’equilibrio che si crea nella fase di trattamento con fico e rosmarino riflette anche la loro particolare associazione “di terreno”. Si tratta infatti di un albero e di un arbusto, due piante in perfetta armonia ambientale, entrambe tipiche dell’area mediterranea.

Il Faggio

Faggio

Un’ulteriore azione di drenaggio, in particolare a livello renale, viene svolta dal gemmoderivato di Fagus sylvatica, il faggio.

In questo senso, il gemmoderivato di faggio viene indicato nei casi di insufficienza renale, litiasi renali e sovrappeso da ritenzione idrica.

Il faggio si rivela inoltre un gemmoderivato importante nella stagione primaverile, periodo spesso legato alle allergie. Ciò è dovuto alla sua capacità di frenare la produzione di istamina.

Può quindi essere utile in fase allergica acuta, soprattutto in associazione con Ribes nigrum.

In relazione ai fenomeni allergici è possibile richiamare ancora una volta il rosmarino, per le sue potenzialità legate all’organo epatico. Tra chi soffre di allergie, infatti, sono frequenti problematiche a livello del fegato. Il rosmarino, quindi, non è solo un rimedio “del fegato” in senso stretto, ma può essere considerato anche un supporto nei casi di allergia diventata condizione cronica.

Rimedi naturali per trovare un equilibrio

Di Gabriella Baldo

Bosco

Ogni volta che mi è possibile, mi immergo nella quiete dei boschi, dove posso riflettere sul senso dell’esistenza.

E così penso a come sia scaturita la vita, sostenuta da quattro elementi fondamentali.

L’acqua dei torrenti, dei fiumi e dei mari va verso la terra e cede umidità all’aria, che a sua volta, per effetto del calore del sole e del vento, viene trasportata sotto forma di nubi, bagnando di pioggia le estensioni che ricoprono la crosta terrestre.

È un meccanismo costante, che scandisce il ritmico dare e prendere tra i quattro elementi.

Torrente

L’armonia che ci avvolge quando camminiamo a piedi nudi sulla sabbia, l’ondeggiare lieve dell’acqua che lambisce la pelle donandoci freschezza e vitalità, la brezza che ci tonifica e i raggi solari che illuminano la nostra psiche portando energia al corpo: tutto è un’esaltazione della grandezza della natura.

Tutto è in equilibrio. Guardando indietro nel tempo ci accorgiamo di quanto la natura abbia messo a disposizione dell’uomo affinché mantenga la propria salute e il proprio equilibrio.

L’Argilla

L’argilla è stata considerata fin dall’antichità un rimedio prezioso.

Ai malati veniva consigliato di recarsi sulla riva dei fiumi, dove questo fango riscaldato dal sole, a contatto con il corpo sofferente, dava sollievo e aiutava a ritrovare benessere.

L’argilla era chiamata “l’abbraccio dell’angelo della terra”.

Argilla

Dioscoride, Ippocrate e Galeno, grandi estimatori di questa particolare terra, la consideravano un medicamento tra i più nobili e completi offerti dalla natura.

I luminari dell’antica medicina ne avevano intuito il meccanismo. Le tossine contenute nell’organismo, a contatto con l’argilla ricca principalmente di silicio, ferro, alluminio, ossidi di magnesio e calcio, ne vengono attratte.

Esiste quindi una polarità, uno scambio ionico, una forza d’attrazione che può contribuire a riequilibrare una situazione di eccesso.

L’argilla assorbe l’energia del sole e del cosmo, per trasmetterla poi al nostro corpo.

Assorbe sostanze tossiche e in putrefazione, aiuta a calmare le infiammazioni, sostiene i tessuti donando minerali preziosi e contribuisce a riattivare l’organismo.

Gli impacchi freschi sul ventre sono tradizionalmente utilizzati per abbassare la febbre. Per via orale, secondo la tradizione naturoigienista, l’argilla viene considerata assorbente dei gas intestinali, antitossica e battericida.

Mescolata con particolari erbe o sostanze mirate a un determinato organo, può creare una sinergia utile. Amalgamata con iperico o equiseto, ad esempio, viene tradizionalmente impiegata come supporto cicatrizzante.

Con questa terra dalle mille risorse si possono anche disinquinare e declorare le acque, grazie alla sua azione assorbente e antisettica.

Le controindicazioni sono generalmente limitate, ma nelle persone sensibili può non produrre l’effetto desiderato. È comunque importante valutare sempre i singoli casi.

Il Sole

Sole

Un altro elemento fondamentale e indiscutibilmente vitale è la luce solare.

È stato detto che Dio è luce.

Pensiamo per un attimo a cosa sarebbe la vita sulla Terra se non esistesse il sole: tutto si raffredderebbe e il buio prenderebbe il sopravvento.

Anticamente gli Egizi, gli Inca peruviani e i Greci di Rodi adoravano il sole. Era culto, religione, magia, rigenerazione della luce e fertilità del mondo.

L’imperatore Aureliano gli eresse un tempio a Roma, intuendo quanto fosse importante per la vitalità dell’uomo.

L’energia solare che raggiunge il nostro pianeta si trasforma in parte in calore e pioggia. Il resto cade sulle superfici clorofilliane viventi e, attraverso un processo di conversione dell’energia solare in energia chimica, permette la vita delle piante.

Il suo potere terapeutico è dovuto a una serie di energie luminose, chimiche ed elettriche.

L’Aria

Aria

Non meno importante dei precedenti elementi è l’aria.

È il nostro primo nutrimento, il nostro primo respiro e, purtroppo, anche l’ultimo.

L’ossigeno, entrando nei polmoni, permette all’organismo di scambiare energia pulita, consentendo in ogni istante della nostra vita la possibilità di sopravvivere.

L’aria cambia qualità a seconda del clima e può contribuire a migliorare le nostre condizioni di salute.

I nostri antichi predecessori ne facevano un dono prezioso: consigliavano ai soggetti anemici il clima montano, ai linfatici il clima marino, agli esauriti il clima lacustre, mentre il clima collinare era indicato per gli anziani e per gli organismi delicati.

Questi suggerimenti sono ancora attuali.

Ma quanti di noi valutano davvero l’importanza di questo elemento?

L’aria è vitale, ma l’uomo, spinto dai propri interessi e dal materialismo, la sta inquinando.

Se distruggiamo questo bene, cosa potrà sopperire a questa carenza?

L’intelligenza umana, nella sua corsa al benessere, ha costruito intelligenze artificiali, grandi fabbriche e centrali nucleari, ma spesso ha ignorato il problema dell’inquinamento.

Quale sarà il prezzo da pagare se l’uomo non correrà ai ripari?

L’Acqua

Acqua

Cosa si può dire dell’acqua e dei suoi poteri terapeutici?

La felice combinazione delle sue molecole ha fatto sì che la vita potesse svilupparsi.

L’acqua che sgorga dalla roccia, pura e fresca, dona benessere a chi si disseta. Ai malati e ai sofferenti dà sollievo: è portatrice di vita.

Anche nella palude, dove tutto sembra statico, c’è vita, c’è trasformazione.

Nel passato, per raccogliere questo prezioso elemento, venivano costruiti pozzi e viadotti. Con l’avvento dell’era moderna, si è poi compreso che l’acqua poteva essere sfruttata anche per produrre energia.

Il mormorio dell’acqua è un balsamo per la psiche: il suo ondeggiare armonico, il riflesso dei raggi solari sulla superficie, il suo infrangersi contro gli scogli umidi e muschiati compongono un quadro naturale di grande bellezza.

Credo che le più grandi intuizioni dell’uomo siano nate anche grazie a questo umile elemento.

Non si può non amare l’acqua: avvince, stimola, ristora, calma, lenisce, tonifica, riscalda e riequilibra. È uno dei migliori tonici del sistema nervoso.

Chi è il Naturopata?

Il Naturopata, o Heilpraktiker, è una figura professionale che da oltre un secolo opera legalmente in Germania. La naturopatia e le medicine non convenzionali hanno conservato nel tempo un ruolo importante grazie a professionisti orientati alle cure compatibili con la natura.

In seguito ai danni ambientali e alle continue minacce alla salute legate allo sviluppo industriale, questa figura è considerata sempre più importante nel campo del benessere naturale.

Scopri tutto sul Naturopata

La medicina Naturale alla portata di tutti

Di Giacinto Bazzoli

Come ho conosciuto il libro “La Medicina Naturale alla portata di tutti”

Ho avuto la fortuna di trovare e leggere “La Medicina Naturale alla portata di tutti” nel 1981, grazie all’incontro con Luigi Costacurta.

Toccava problemi che mi affliggevano ed esponeva gli argomenti in maniera semplice, concisa e pungente. Fu una rivelazione, che cambiò radicalmente la mia vita. Sperimentai l’autogestione della salute attraverso una sana e corretta alimentazione e l’esercizio delle metodiche idrotermofangoterapiche, che consentono l’eliminazione delle tossine accumulate nel sangue.

“La Medicina Naturale alla portata di tutti” è diventata ormai un bestseller, diffuso rapidamente in tutto il mondo grazie al passaparola di persone che hanno sperimentato su se stesse l’efficacia del naturoigienismo, che insegna a vivere in modo sano e in armonia con la natura.

“Il mio sistema procura il miglioramento della salute, mediante un regime di vita diretto a ottenere buona digestione, normale respirazione ed attività funzionale della pelle del soggetto.”

Chi è Manuel Lezaeta Acharan?

Manuel Lezaeta Acharan

Manuel Lezaeta Acharan nacque il 17 giugno 1881 a Santiago del Cile. Studente di medicina, fu avvicinato da P. Taddeo, un frate cappuccino tedesco di formazione kneippiana, il quale gli dimostrò che la sua salute, gravemente compromessa, poteva essere recuperata attraverso la pratica della medicina naturale.

Folgorato dai risultati ottenuti e sperimentati direttamente, e dato che i farmaci non gli procuravano alcun giovamento, si indirizzò completamente allo studio e alla pratica dell’igiene naturale.

Per nove anni rimase accanto a P. Taddeo, facendo tesoro di quanto poteva apprendere. Nel frattempo si iscrisse alla facoltà di legge, diventando avvocato, professione che non esercitò mai poiché la sua attività fu dedicata totalmente alla medicina naturale.

Risulta chiaro che quanto viene detto in questo libro non fa concorrenza alla medicina ufficiale, ma ne rovescia il modello. Non si parla di diagnosi e di medicine che attenuano o eliminano i sintomi e le manifestazioni della malattia: è la natura che interviene a ristabilire il disordine organico alla base dello stato di malattia.

La salute è anzitutto una questione di igiene alimentare, vitale e mentale. Non si può acquisire la salute con trattamenti che si limitano a dare la caccia a microbi o virus, sollecitando chimicamente le reazioni organiche.

“Non è abuso della professione medica insegnare e consigliare l’utilizzo di elementi naturali, quali il cibo, l’aria, l’acqua, la luce, il sole e la terra, poiché non vi è nessuna legge che lo possa tacciare: nessuna pratica naturista costituisce abuso di professione medica, poiché queste scelte costituiscono una precisa scelta di vita.”

Come conobbe Lezaeta Luigi Costacurta?

Luigi Costacurta

Nel 1959, a Santiago, avvenne l’incontro di Luigi Costacurta con Manuel Lezaeta Acharan, incontro che gli cambiò la vita.

La moglie Fanny non stava bene: portava il busto per un’ernia discale e aveva molti altri problemi di salute che non era riuscita a risolvere nonostante le cure e sette interventi chirurgici della medicina ufficiale. Istintivamente avversa ai farmaci chimici, leggeva qualsiasi pubblicazione parlasse di medicina alternativa. Ebbe così tra le mani anche il libro di Lezaeta, che venne poi letto con curiosità da Luigi Costacurta.

Lezaeta era un uomo ormai avanti negli anni, ma ancora prestante. Dopo una rilevazione iridologica senza anamnesi, fece un quadro perfetto delle condizioni di Fanny. L’incontro fu minuzioso e molto lungo. Luigi Costacurta rimase folgorato.

Si mise quindi a studiare i testi di Lezaeta, di P. Taddeo e di Kneipp. Fu accolto con Fanny presso l’Hogar, struttura creata da Lezaeta: un centro di terapie, una sorta di casa sociale, dove si praticavano l’idrotermofangoterapia e le indicazioni dell’anziano maestro. I volontari, chiamati “samaritani”, aiutavano i nuovi arrivati e li seguivano nelle pratiche igienistiche.

La sperimentazione delle cure su se stesso

Terapie naturali

Costacurta iniziò un nuovo percorso: sperimentò anzitutto su se stesso e poi sugli altri le discipline naturali imparate dal maestro.

Lezaeta diede vita anche all’Associazione dei Cultori della Vita Naturale, nella cui sede si praticava la divulgazione dei concetti della medicina naturale, affinché ogni persona imparasse ad autogestire la propria salute e quella dei propri cari.

Costacurta comprese così l’importanza del coinvolgimento degli ex ammalati, che avevano sperimentato la forza guaritrice della medicina naturale per la normalizzazione della salute.

L’esperienza cilena non è sostanzialmente diversa dall’intuizione di Luigi Costacurta, che aveva promosso l’ACNIN come associazione culturale nata per iniziativa di ex ammalati che avevano sperimentato su se stessi l’esigenza inderogabile del rispetto delle leggi della natura, per riacquistare e conservare la salute nell’ottica dell’autogestione e di una migliore qualità della vita.

Le radici della Medicina Naturale

Era così anche nell’antichità. Ecco uno splendido esempio:

“Questi paesi non si servono di medici. Trasportano il malato in piazza, e là, chi ha sofferto dello stesso male, o ha visto qualcuno che ne è stato colpito, si avvicina, gli consiglia quei rimedi che lo hanno liberato dall’infermità con i quali altri sono guariti.”

Il luogo è Babilonia, il tempo è tanto remoto da sconfinare nel mito, il narratore è Erodoto, instancabile viaggiatore e padre degli storici.

I grandi maestri come Lezaeta, Kneipp, Carton e Costacurta ritenevano necessario innanzitutto umanizzare la medicina. La comunicazione con il malato era infatti un punto essenziale.

Far uscire l’ammalato dal suo isolamento è solo il primo passo. Il naturoigienista deve essere consapevole che la proposta che offre fa parte di una concezione complessiva dell’uomo, della natura e della malattia.

I padri della medicina naturale erano animati da una grande idea della natura, dell’uomo e di Dio, non come realtà distinte, ma unite da un grande progetto. Da queste radici si evidenzia la concezione olistica dell’uomo e della medicina.

Paul Carton affermava:

“Esistono due idee fondamentali: l’obbedienza necessaria alle leggi naturali, materiali e immateriali, e l’esistenza in noi di una forza vitale conservatrice, medicatrice e riparatrice che aiuta lo spirito a mantenere l’integrità corporale e a condurre le operazioni fisiologiche.”

Lezaeta si muove nella stessa direzione. La base del suo insegnamento era lo studio dei testi di medicina naturale, con l’impegno di sperimentare anzitutto su di sé i rimedi nell’ottica dell’autogestione della propria salute.

L’autogestione della propria salute

La Medicina Naturale alla portata di tutti

Oggi la cultura dominante è caratterizzata dalla parcellizzazione di ogni aspetto della vita umana e dall’espropriazione del corpo dell’individuo. L’autogestione della propria salute ha quindi una portata culturale ed emancipatrice enorme, andando in senso contrario rispetto a profitto, burocrazia e tecnicismo.

La collaborazione e la convinzione del malato sono essenziali. Come dice Ippocrate, egli deve opporsi con tutte le sue forze alla malattia e diventare così il primo agente della propria guarigione.

Lezaeta, come il suo discepolo Costacurta, fedele seguace della dottrina di Ippocrate, condivideva la necessità di insistere sull’autocoscienza della persona sofferente e sull’autogestione della propria salute.

Manuel Lezaeta Acharan proseguì con determinazione la sua opera di divulgazione e insegnamento, aiutando quanti chiedevano il suo sostegno.

Morì il 24 settembre 1959, stanco ma confortato dal sapere di aver adempiuto alla promessa fatta al suo maestro P. Taddeo e di aver formato una schiera di allievi capaci di proseguire la sua opera.

Dal punto di vista scientifico ebbe il merito di elaborare il concetto della dottrina termica.

La dottrina termica

Nella sua attività normale, l’organismo umano mantiene una temperatura uniforme a 37 gradi centigradi, tanto sulla pelle quanto a livello delle mucose interne.

Solo a questa temperatura può realizzarsi il normale e armonico sviluppo della flora microrganica nel nostro corpo, la cui presenza è necessaria alla trasformazione degli alimenti.

Secondo Lezaeta, tutte le malattie hanno un’origine di tipo infiammatorio, esclusi i casi di ereditarietà e trauma, che si manifesta con il cosiddetto stato di febbre gastrointestinale.

La febbre inizia con la congestione delle mucose dell’apparato digerente, dovuta al susseguirsi di cattive digestioni. Nella parte infiammata e congestionata la temperatura è superiore, mentre la circolazione periferica diventa deficiente, con raffreddamento e anemia della pelle.

Per recuperare lo stato di salute è necessario ristabilire il giusto equilibrio termico attraverso l’uso corretto degli agenti naturali: aria, terra, sole, acqua e soprattutto una corretta alimentazione igienica, naturale e in armonia con i processi digestivi.

È passato molto tempo dall’enunciazione della dottrina termica, ma oggi la medicina ufficiale parla sempre più spesso di ecologia intestinale, disbiosi e modulazioni immunologiche intestinali.

Concludiamo citando quanto ci suggerisce Galileo Galilei:

“Non basta guardare, occorre guardare con gli occhi che vogliono vedere e che credono a quello che vedono.”

Tratto dalla prefazione di “La Medicina Naturale alla portata di tutti” di Manuel Lezaeta Acharan.

Vuoi conoscere i nostri libri?

Scopri i nostri libri

La lavanda

Erbe spontanee in autunno

Di Samantha Holzknecht

Quando le notti si fanno più fresche e le giornate si accorciano, anche la stagione delle erbette fresche e giovani in insalata e delle tenere verdure selvatiche giunge verso la fine. Possiamo comunque trovare ancora qualche erbetta giovane, soprattutto nei terreni falciati regolarmente.

L’autunno resta il periodo in cui raccogliamo soprattutto i frutti della bella stagione e le radici, particolarmente ricche delle riserve vitali della pianta, importanti per affrontare la nuova stagione dell’anno seguente.

In questo periodo, lungo i sentieri, troviamo molti frutti pronti alla raccolta. La ricca presenza di alberi e arbusti carichi di frutti e bacche invita ogni anno a sperimentare nuove ricette e combinazioni secondo i propri gusti.

Il biancospino è uno dei primi frutti che possiamo raccogliere senza necessità di particolari pretrattamenti.

Ho raccolto alcune ricette rispettando anche l’aspetto di un’alimentazione sana, quindi con la minore quantità possibile di zucchero. Esistono comunque moltissime ricette facili da trovare, così che ognuno possa scegliere secondo il proprio gusto e giudizio.

Quando raccogliamo le radici non dobbiamo dimenticare il rispetto per l’ambiente. Non dobbiamo raccogliere radici di piante rare o in luoghi dove ne crescono poche, ma scegliere radici di piante molto diffuse e presenti in abbondanza, senza mai prenderle tutte. Per questo ho scelto il dente di leone, una pianta diffusissima, resistente e genuina.

Un’erba che possiamo trovare tutto l’anno è il centocchio. Questa piccola piantina, ricca e nutriente, dal gusto tenero che ricorda il giovane mais, produce più generazioni nell’arco della stagione e in autunno è facile trovarla fresca e tenera appena spuntata.

Biancospino comune

Biancospino

Crataegus monogyna

Famiglia

Rosacee.

Etimologia

Il nome latino deriva da kràtaigos, il nome con cui i Greci indicavano il biancospino, che significa “forza e robustezza”. È infatti un arbusto con legno molto duro. Monogyna fa invece riferimento all’organo femminile, per via del solo stigma presente nella specie rispetto ad altre simili.

Il biancospino è una pianta arbustiva e cespugliosa, molto ramificata, che talvolta si presenta come piccolo albero alto fino a quattro o cinque metri. Ha corteccia chiara, che scurisce decisamente con il tempo. Caratteristica è la fitta presenza di numerose spine, che lo rende utile nella realizzazione di siepi protettive.

Le foglie, di colore verde scuro, sono lucide e glabre, alterne e caduche, più chiare nella pagina inferiore, con 3-5 lobi più o meno marcati a seconda delle varietà.

I piccoli e profumati fiori compaiono da aprile a maggio, raggruppati in infiorescenze corimbose, e presentano i tipici cinque petali bianco-rosati di molte Rosaceae.

I frutti sono piccole drupe rosse, con polpa rosata e farinosa, intorno a un nocciolo tondo. Assomigliano a piccole mele e hanno sapore lievemente dolciastro.

Habitat

Siepi, vigneti e margini di boschi radi.

Storia e mitologia

Fiore di biancospino

Migliaia di anni fa, quando gli insediamenti umani neolitici erano minuscoli di fronte alla natura selvaggia, il biancospino, insieme alla rosa selvatica e ad altre piante, formava fitte siepi spinose che proteggevano uomini e abitazioni dagli animali selvaggi e dai pericoli della foresta circostante.

Da quei tempi viene attribuita al biancospino la capacità di proteggere dai pericoli e favorire un sonno tranquillo e profondo.

In tempi di carestia si utilizzavano i frutti del biancospino per fare farina, mentre i semi tostati venivano usati come surrogato del caffè. Presso i Greci simboleggiava la speranza e i suoi rami fioriti venivano utilizzati spesso nelle processioni nuziali.

Anche oggi il biancospino potrebbe sostituire le recinzioni artificiali, offrendo al tempo stesso protezione al suolo e un luogo ideale per la nidificazione dei passeracei.

Uso culinario

L’uso in cucina del biancospino è molto antico: sono stati infatti ritrovati semi di biancospino in antichi siti di abitazioni umane. Si possono utilizzare sia i fiori sia le foglie, ma soprattutto i frutti.

Le prime giovani foglie hanno un sapore mandorlato e si utilizzano fresche, in insalata o negli aperitivi. I fiori appena aperti si utilizzano per decorare piatti, aromatizzare bevande o preparare infusi.

Le bacche, raccolte da settembre a ottobre quando sono belle rosse, farinose e dal sapore dolciastro, si utilizzano fresche oppure congelate. Insieme ad altri frutti si prestano alla preparazione di marmellate, sciroppi, liquori e dolci. Se essiccate, sono ottime nelle miscele per preparare gustosi infusi.

Sono ricche di flavonoidi, zuccheri, pectina e vitamina C.

Uso terapeutico

Il biancospino migliora la contrattilità del muscolo cardiaco, ha azione vasodilatatoria sulle coronarie e regolatrice sulla pulsazione cardiaca. È considerato un rimedio tradizionale per il cuore senile e può essere utile in caso di disturbi cardiaci funzionali, forme leggere di bradicardia, ipertensione arteriosa lieve e come trattamento sussidiario nell’angina pectoris. È utile anche nell’ansia con senso di oppressione al petto.

Si utilizzano i fiori e le foglie raccolte durante la fioritura, che dura da maggio a giugno.

Ricette con bacche di biancospino

Pesto di biancospino

Preparare la composta cuocendo 500 g di frutti di biancospino in poco succo di mela e limone, fino a quando risultano morbidi, poi passarli al setaccio.

Mescolare bene le composte, il parmigiano, i semi e l’olio. Condire a piacimento con aceto o limone, maggiorana, sale e aglio. Servire come antipasto con fette di pane tostato.

Crema dolce al biancospino

Mescolare bene il quark per circa 15 minuti con lo sbattitore, poi aggiungere tutti gli ingredienti e amalgamare.

Bacche di biancospino sciroppate

Le bacche, raccolte quando sono ancora turgide, vengono lavate, asciugate e messe nei vasi insieme a pezzi di cannella e qualche chiodo di garofano. Ricoperte con sciroppo zuccherino, si sterilizzano per circa mezz’ora a bagnomaria.

Il processo di maturazione dura circa un mese. Lo sciroppo è pronto quando le drupe sono carnose, di colore rosso-arancio, polpose e morbide.

Tiramisù di biancospino

Lavare i frutti, tagliare le mele a dadini e cuocere con un po’ di succo di mela per 5-10 minuti, continuando a girare per evitare che si bruci sul fondo.

Quando i frutti sono teneri, passare il tutto al setaccio per togliere i semi e lasciare raffreddare. Bagnare i savoiardi con il succo di mela e stendere sopra uno strato di composta. Proseguire a strati, concludendo con uno strato di composta. Lasciare riposare per tutta la notte e servire decorando con un po’ di panna montata.

Centocchio

Stellaria media

Stellaria media, famiglia Cariofillacee.

Nomi popolari

Stellaria, erba di galin.

Etimologia

Il nome del genere, Stellaria, è di origine latina e fa riferimento alla forma stellata del fiore.

Descrizione

Pianta prostrata o ascendente, con fusto spesso rossastro, rotondo e caratterizzato da una fila di peli. Espande le proprie ramificazioni come raggi, creando grossi cuscinetti.

Foglie: opposte, ovate, appuntite e picciolate.

Fiori: piccoli, radiali, con cinque petali bianchi profondamente intagliati, lunghi come i sepali o appena più corti. Presentano 3 stami.

Fioritura: da marzo a ottobre. L’altezza varia molto a seconda del terreno, da 5 a 30 cm.

Possibili confusioni

Può essere confusa con Anagallis arvensis, che però ha fiori rossi o blu e gambo quadrangolare con puntini brunastri sulla pagina inferiore delle foglie, oppure con altre specie di Stellaria, che in genere crescono meno copiose e non sono usate in cucina perché troppo dure.

La singola fila di peli sul fusto rotondo è caratteristica della Stellaria media. Inoltre, provando a strappare lo stelo, si spezza prima la guaina esterna, lasciando intravedere il “midollo” più elastico, che si spezza in un secondo momento.

Habitat

La Stellaria è una pianta infestante che ama il fresco. Tende a espandersi per ricoprire terreni lasciati senza protezione dall’azione dell’uomo o della natura. È frequente nei vigneti, negli orti e nei campi.

Uso in cucina

La Stellaria, nell’arco di una stagione, sviluppa circa 6 generazioni, il che significa che può essere raccolta durante tutto l’anno. L’ultima generazione, quella autunnale, resta verde per tutto l’inverno.

Si raccoglie tutta la pianta fino alla maturazione dei frutti. Le cimette, comprese di una parte di gambo di circa 4-10 cm, sono ottime in insalate, cotte nei ripieni e nelle minestre, con un sapore simile al mais.

È una pianta che tipicamente accompagna le attività agricole. Si presume sia arrivata in Europa nell’età della pietra e veniva largamente usata come mangime per polli e uccelli.

Uso popolare

Veniva utilizzata da S. Kneipp per le sue proprietà mucolitiche e digestive. Nella medicina popolare, tisane e centrifughe di centocchio venivano utilizzate nella convalescenza, nelle bronchiti, nei reumatismi muscolari e nelle infiammazioni articolari. Esternamente veniva impiegata in impacchi per i disturbi della pelle.

In omeopatia viene utilizzata nei casi di reumatismi e infiammazioni. È ricca di composti minerali, vitamine, in particolare vitamina C, rutina, carotene e silicio.

Ricette al centocchio

Minestra di centocchio

Tritare finemente cipolla e aglio e rosolare con un po’ d’acqua. Sbucciare le patate, tagliarle a dadini e aggiungerle al soffritto. Versare il brodo e cuocere finché le patate saranno morbide.

Tritare il centocchio, aggiungerlo alla minestra e passare tutto con il mixer. Servire con un po’ di grana, crostini di pane e fiori di pratolina per decorare.

Pesto di centocchio

Pestare oppure frullare tutto fino a ottenere un pesto omogeneo, aggiungendo olio se necessario per renderlo cremoso.

Ideale per condire la pasta, accompagnare patate lesse o servire come antipasto con pane tostato.

Olio di camomilla: mettere della camomilla secca in una bottiglia, riempiendola fino a circa un terzo, quindi aggiungere olio di semi. Lasciare riposare per almeno 2 giorni prima dell’utilizzo. I fiori possono rimanere nella bottiglia senza essere filtrati.

Dente di Leone

Tarassaco

Taraxacum officinale, famiglia Compositae.

Nomi popolari

Tarassaco, soffione, piscialetto, pisciacane, cicoria gialla, capo di frati.

Etimologia

L’origine probabile del nome si rifà al termine greco taraxakos, “io guarisco”, per le sue virtù medicinali.

Descrizione

Con il binomio Taraxacum officinale si comprende un complesso di specie alquanto polimorfe. I caratteri generali sono:

Foglie: fortemente dentate, lobate o roncinate, tutte in rosetta basale.

Fusti: privi di foglie, lisci e tubolosi, che alla rottura emettono un latice biancastro.

Fiori: tutti ligulati, raccolti in capolini singoli gialli di 2,5-6 cm di diametro.

Frutti: muniti di vistosi pappi, disposti nelle caratteristiche “sfere”, dette soffioni.

Fioritura: da aprile a ottobre. Altezza: 15-40 cm.

Habitat

Schiarite di boschi, prati concimati, pascoli, incolti e ambienti ruderali. È una pianta con grande capacità di adattamento: la possiamo trovare anche sui sentieri, nei muri o tra le fessure dell’asfalto.

Uso culinario

Il tarassaco è tra le insalate amare più note. Le foglie tenere, raccolte in primavera o dopo il taglio dell’erba, vengono consumate crude in insalata, tradizionalmente con patate o uova.

Più sono adulte e dure, più vanno tagliate sottili e preferibilmente cotte e consumate come verdura. Le infiorescenze chiuse sono ottime usate come capperi, mentre quelle aperte sono adatte per decorazioni, sciroppi o liquori. La radice tostata può essere usata come sostituto del caffè.

Il tarassaco è molto indicato per le cure primaverili, per risvegliare, drenare, tonificare e purificare l’organismo dopo l’inverno. Contiene sostanze amare, sali minerali, vitamine D, C, B e inulina, soprattutto nella radice.

Storia e mitologia

I soffioni erano popolari in molti oracoli: i frutti rimasti sul capolino dopo aver soffiato indicavano che ore erano, quanti anni di vita rimanevano o quanti anni mancavano al matrimonio.

Se il ricettacolo del capolino era chiaro si andava in cielo, se scuro all’inferno. Dai frutti che si attaccavano al vestito si riconosceva quanti peccati aveva una persona.

Con il decotto dell’erba e della radice, le donne si lavavano il viso contro le lentiggini.

Uso terapeutico

Il tarassaco aumenta la funzionalità di fegato, reni e delle grandi ghiandole, stimola la secrezione epato-biliare e tonifica il metabolismo. Per il suo contenuto di inulina è considerato adatto anche nell’alimentazione dei diabetici.

Ricette con radici di dente di leone

Caffè di dente di leone

Liberare le radici dalle foglie, pulirle e spazzolarle bene. Tagliarle in pezzi di circa 1 cm, stenderle su una teglia da forno e arrostirle a 220° con il forno leggermente aperto, finché avranno un colore marrone tostato.

Conservare in un recipiente ben sigillato. Macinare in un macinino da caffè prima dell’utilizzo e usare nella moka al posto del caffè. Per una nota fruttata, macinare insieme qualche fico secco.

Radici di dente di leone marinate

Lavare e pulire bene le radici, quindi tagliarle a fettine di circa 2 cm. Tritare grossolanamente la cipolla e stufarla con un po’ d’acqua.

Aggiungere vino, aceto, olio, spezie e radici. Cuocere a fuoco lento per 5-10 minuti, finché le radici risultano morbide. Travasare ancora bollente nei vasetti e chiudere bene.

Radici di dente di leone stufate

Tagliare le radici a fettine sottili e metterle a stufare a fuoco basso con la cipolla tritata finemente per 5-6 minuti. Aggiungere il brodo e proseguire la cottura fino a quando il brodo sarà quasi assorbito.

Ideale per condire insalate di patate, indivia o altre verdure.

Erbe spontanee in autunno

Di Samantha Holzknecht

Quando le notti si fanno più fresche e le giornate si accorciano, anche la stagione delle erbette fresche e giovani in insalata e delle tenere verdure selvatiche giunge verso la fine. Possiamo comunque trovare ancora qualche erbetta giovane, soprattutto nei terreni falciati regolarmente.

L’autunno resta il periodo in cui raccogliamo soprattutto i frutti della bella stagione e le radici, particolarmente ricche delle riserve vitali della pianta, importanti per affrontare la nuova stagione dell’anno seguente.

In questo periodo, lungo i sentieri, troviamo molti frutti pronti alla raccolta. La ricca presenza di alberi e arbusti carichi di frutti e bacche invita ogni anno a sperimentare nuove ricette e combinazioni secondo i propri gusti.

Il biancospino è uno dei primi frutti che possiamo raccogliere senza necessità di particolari pretrattamenti.

Ho raccolto alcune ricette rispettando anche l’aspetto di un’alimentazione sana, quindi con la minore quantità possibile di zucchero. Esistono comunque moltissime ricette facili da trovare, così che ognuno possa scegliere secondo il proprio gusto e giudizio.

Quando raccogliamo le radici non dobbiamo dimenticare il rispetto per l’ambiente. Non dobbiamo raccogliere radici di piante rare o in luoghi dove ne crescono poche, ma scegliere radici di piante molto diffuse e presenti in abbondanza, senza mai prenderle tutte. Per questo ho scelto il dente di leone, una pianta diffusissima, resistente e genuina.

Un’erba che possiamo trovare tutto l’anno è il centocchio. Questa piccola piantina, ricca e nutriente, dal gusto tenero che ricorda il giovane mais, produce più generazioni nell’arco della stagione e in autunno è facile trovarla fresca e tenera appena spuntata.

Biancospino comune

Biancospino

Crataegus monogyna

Famiglia

Rosacee.

Etimologia

Il nome latino deriva da kràtaigos, il nome con cui i Greci indicavano il biancospino, che significa “forza e robustezza”. È infatti un arbusto con legno molto duro. Monogyna fa invece riferimento all’organo femminile, per via del solo stigma presente nella specie rispetto ad altre simili.

Il biancospino è una pianta arbustiva e cespugliosa, molto ramificata, che talvolta si presenta come piccolo albero alto fino a quattro o cinque metri. Ha corteccia chiara, che scurisce decisamente con il tempo. Caratteristica è la fitta presenza di numerose spine, che lo rende utile nella realizzazione di siepi protettive.

Le foglie, di colore verde scuro, sono lucide e glabre, alterne e caduche, più chiare nella pagina inferiore, con 3-5 lobi più o meno marcati a seconda delle varietà.

I piccoli e profumati fiori compaiono da aprile a maggio, raggruppati in infiorescenze corimbose, e presentano i tipici cinque petali bianco-rosati di molte Rosaceae.

I frutti sono piccole drupe rosse, con polpa rosata e farinosa, intorno a un nocciolo tondo. Assomigliano a piccole mele e hanno sapore lievemente dolciastro.

Habitat

Siepi, vigneti e margini di boschi radi.

Storia e mitologia

Fiore di biancospino

Migliaia di anni fa, quando gli insediamenti umani neolitici erano minuscoli di fronte alla natura selvaggia, il biancospino, insieme alla rosa selvatica e ad altre piante, formava fitte siepi spinose che proteggevano uomini e abitazioni dagli animali selvaggi e dai pericoli della foresta circostante.

Da quei tempi viene attribuita al biancospino la capacità di proteggere dai pericoli e favorire un sonno tranquillo e profondo.

In tempi di carestia si utilizzavano i frutti del biancospino per fare farina, mentre i semi tostati venivano usati come surrogato del caffè. Presso i Greci simboleggiava la speranza e i suoi rami fioriti venivano utilizzati spesso nelle processioni nuziali.

Anche oggi il biancospino potrebbe sostituire le recinzioni artificiali, offrendo al tempo stesso protezione al suolo e un luogo ideale per la nidificazione dei passeracei.

Uso culinario

L’uso in cucina del biancospino è molto antico: sono stati infatti ritrovati semi di biancospino in antichi siti di abitazioni umane. Si possono utilizzare sia i fiori sia le foglie, ma soprattutto i frutti.

Le prime giovani foglie hanno un sapore mandorlato e si utilizzano fresche, in insalata o negli aperitivi. I fiori appena aperti si utilizzano per decorare piatti, aromatizzare bevande o preparare infusi.

Le bacche, raccolte da settembre a ottobre quando sono belle rosse, farinose e dal sapore dolciastro, si utilizzano fresche oppure congelate. Insieme ad altri frutti si prestano alla preparazione di marmellate, sciroppi, liquori e dolci. Se essiccate, sono ottime nelle miscele per preparare gustosi infusi.

Sono ricche di flavonoidi, zuccheri, pectina e vitamina C.

Uso terapeutico

Il biancospino migliora la contrattilità del muscolo cardiaco, ha azione vasodilatatoria sulle coronarie e regolatrice sulla pulsazione cardiaca. È considerato un rimedio tradizionale per il cuore senile e può essere utile in caso di disturbi cardiaci funzionali, forme leggere di bradicardia, ipertensione arteriosa lieve e come trattamento sussidiario nell’angina pectoris. È utile anche nell’ansia con senso di oppressione al petto.

Si utilizzano i fiori e le foglie raccolte durante la fioritura, che dura da maggio a giugno.

Ricette con bacche di biancospino

Pesto di biancospino

Preparare la composta cuocendo 500 g di frutti di biancospino in poco succo di mela e limone, fino a quando risultano morbidi, poi passarli al setaccio.

Mescolare bene le composte, il parmigiano, i semi e l’olio. Condire a piacimento con aceto o limone, maggiorana, sale e aglio. Servire come antipasto con fette di pane tostato.

Crema dolce al biancospino

Mescolare bene il quark per circa 15 minuti con lo sbattitore, poi aggiungere tutti gli ingredienti e amalgamare.

Bacche di biancospino sciroppate

Le bacche, raccolte quando sono ancora turgide, vengono lavate, asciugate e messe nei vasi insieme a pezzi di cannella e qualche chiodo di garofano. Ricoperte con sciroppo zuccherino, si sterilizzano per circa mezz’ora a bagnomaria.

Il processo di maturazione dura circa un mese. Lo sciroppo è pronto quando le drupe sono carnose, di colore rosso-arancio, polpose e morbide.

Tiramisù di biancospino

Lavare i frutti, tagliare le mele a dadini e cuocere con un po’ di succo di mela per 5-10 minuti, continuando a girare per evitare che si bruci sul fondo.

Quando i frutti sono teneri, passare il tutto al setaccio per togliere i semi e lasciare raffreddare. Bagnare i savoiardi con il succo di mela e stendere sopra uno strato di composta. Proseguire a strati, concludendo con uno strato di composta. Lasciare riposare per tutta la notte e servire decorando con un po’ di panna montata.

Centocchio

Stellaria media

Stellaria media, famiglia Cariofillacee.

Nomi popolari

Stellaria, erba di galin.

Etimologia

Il nome del genere, Stellaria, è di origine latina e fa riferimento alla forma stellata del fiore.

Descrizione

Pianta prostrata o ascendente, con fusto spesso rossastro, rotondo e caratterizzato da una fila di peli. Espande le proprie ramificazioni come raggi, creando grossi cuscinetti.

Foglie: opposte, ovate, appuntite e picciolate.

Fiori: piccoli, radiali, con cinque petali bianchi profondamente intagliati, lunghi come i sepali o appena più corti. Presentano 3 stami.

Fioritura: da marzo a ottobre. L’altezza varia molto a seconda del terreno, da 5 a 30 cm.

Possibili confusioni

Può essere confusa con Anagallis arvensis, che però ha fiori rossi o blu e gambo quadrangolare con puntini brunastri sulla pagina inferiore delle foglie, oppure con altre specie di Stellaria, che in genere crescono meno copiose e non sono usate in cucina perché troppo dure.

La singola fila di peli sul fusto rotondo è caratteristica della Stellaria media. Inoltre, provando a strappare lo stelo, si spezza prima la guaina esterna, lasciando intravedere il “midollo” più elastico, che si spezza in un secondo momento.

Habitat

La Stellaria è una pianta infestante che ama il fresco. Tende a espandersi per ricoprire terreni lasciati senza protezione dall’azione dell’uomo o della natura. È frequente nei vigneti, negli orti e nei campi.

Uso in cucina

La Stellaria, nell’arco di una stagione, sviluppa circa 6 generazioni, il che significa che può essere raccolta durante tutto l’anno. L’ultima generazione, quella autunnale, resta verde per tutto l’inverno.

Si raccoglie tutta la pianta fino alla maturazione dei frutti. Le cimette, comprese di una parte di gambo di circa 4-10 cm, sono ottime in insalate, cotte nei ripieni e nelle minestre, con un sapore simile al mais.

È una pianta che tipicamente accompagna le attività agricole. Si presume sia arrivata in Europa nell’età della pietra e veniva largamente usata come mangime per polli e uccelli.

Uso popolare

Veniva utilizzata da S. Kneipp per le sue proprietà mucolitiche e digestive. Nella medicina popolare, tisane e centrifughe di centocchio venivano utilizzate nella convalescenza, nelle bronchiti, nei reumatismi muscolari e nelle infiammazioni articolari. Esternamente veniva impiegata in impacchi per i disturbi della pelle.

In omeopatia viene utilizzata nei casi di reumatismi e infiammazioni. È ricca di composti minerali, vitamine, in particolare vitamina C, rutina, carotene e silicio.

Ricette al centocchio

Minestra di centocchio

Tritare finemente cipolla e aglio e rosolare con un po’ d’acqua. Sbucciare le patate, tagliarle a dadini e aggiungerle al soffritto. Versare il brodo e cuocere finché le patate saranno morbide.

Tritare il centocchio, aggiungerlo alla minestra e passare tutto con il mixer. Servire con un po’ di grana, crostini di pane e fiori di pratolina per decorare.

Pesto di centocchio

Pestare oppure frullare tutto fino a ottenere un pesto omogeneo, aggiungendo olio se necessario per renderlo cremoso.

Ideale per condire la pasta, accompagnare patate lesse o servire come antipasto con pane tostato.

Olio di camomilla: mettere della camomilla secca in una bottiglia, riempiendola fino a circa un terzo, quindi aggiungere olio di semi. Lasciare riposare per almeno 2 giorni prima dell’utilizzo. I fiori possono rimanere nella bottiglia senza essere filtrati.

Dente di Leone

Tarassaco

Taraxacum officinale, famiglia Compositae.

Nomi popolari

Tarassaco, soffione, piscialetto, pisciacane, cicoria gialla, capo di frati.

Etimologia

L’origine probabile del nome si rifà al termine greco taraxakos, “io guarisco”, per le sue virtù medicinali.

Descrizione

Con il binomio Taraxacum officinale si comprende un complesso di specie alquanto polimorfe. I caratteri generali sono:

Foglie: fortemente dentate, lobate o roncinate, tutte in rosetta basale.

Fusti: privi di foglie, lisci e tubolosi, che alla rottura emettono un latice biancastro.

Fiori: tutti ligulati, raccolti in capolini singoli gialli di 2,5-6 cm di diametro.

Frutti: muniti di vistosi pappi, disposti nelle caratteristiche “sfere”, dette soffioni.

Fioritura: da aprile a ottobre. Altezza: 15-40 cm.

Habitat

Schiarite di boschi, prati concimati, pascoli, incolti e ambienti ruderali. È una pianta con grande capacità di adattamento: la possiamo trovare anche sui sentieri, nei muri o tra le fessure dell’asfalto.

Uso culinario

Il tarassaco è tra le insalate amare più note. Le foglie tenere, raccolte in primavera o dopo il taglio dell’erba, vengono consumate crude in insalata, tradizionalmente con patate o uova.

Più sono adulte e dure, più vanno tagliate sottili e preferibilmente cotte e consumate come verdura. Le infiorescenze chiuse sono ottime usate come capperi, mentre quelle aperte sono adatte per decorazioni, sciroppi o liquori. La radice tostata può essere usata come sostituto del caffè.

Il tarassaco è molto indicato per le cure primaverili, per risvegliare, drenare, tonificare e purificare l’organismo dopo l’inverno. Contiene sostanze amare, sali minerali, vitamine D, C, B e inulina, soprattutto nella radice.

Storia e mitologia

I soffioni erano popolari in molti oracoli: i frutti rimasti sul capolino dopo aver soffiato indicavano che ore erano, quanti anni di vita rimanevano o quanti anni mancavano al matrimonio.

Se il ricettacolo del capolino era chiaro si andava in cielo, se scuro all’inferno. Dai frutti che si attaccavano al vestito si riconosceva quanti peccati aveva una persona.

Con il decotto dell’erba e della radice, le donne si lavavano il viso contro le lentiggini.

Uso terapeutico

Il tarassaco aumenta la funzionalità di fegato, reni e delle grandi ghiandole, stimola la secrezione epato-biliare e tonifica il metabolismo. Per il suo contenuto di inulina è considerato adatto anche nell’alimentazione dei diabetici.

Ricette con radici di dente di leone

Caffè di dente di leone

Liberare le radici dalle foglie, pulirle e spazzolarle bene. Tagliarle in pezzi di circa 1 cm, stenderle su una teglia da forno e arrostirle a 220° con il forno leggermente aperto, finché avranno un colore marrone tostato.

Conservare in un recipiente ben sigillato. Macinare in un macinino da caffè prima dell’utilizzo e usare nella moka al posto del caffè. Per una nota fruttata, macinare insieme qualche fico secco.

Radici di dente di leone marinate

Lavare e pulire bene le radici, quindi tagliarle a fettine di circa 2 cm. Tritare grossolanamente la cipolla e stufarla con un po’ d’acqua.

Aggiungere vino, aceto, olio, spezie e radici. Cuocere a fuoco lento per 5-10 minuti, finché le radici risultano morbide. Travasare ancora bollente nei vasetti e chiudere bene.

Radici di dente di leone stufate

Tagliare le radici a fettine sottili e metterle a stufare a fuoco basso con la cipolla tritata finemente per 5-6 minuti. Aggiungere il brodo e proseguire la cottura fino a quando il brodo sarà quasi assorbito.

Ideale per condire insalate di patate, indivia o altre verdure.